La violenza nella bibbia
15 Dicembre 2025
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La violenza nella bibbia

Appellarsi alla bibbia e alle promesse di Dio per rivendicare il possesso della terra da parte israeliana, a spese dei palestinesi, è assurdo come l’ipotesi che la Grecia affronti le divergenze con la Turchia a partire dall’Iliade. L’irrazionalità di questa seconda ipotesi ci porta a riconsiderare il ruolo che dovrebbe avere la bibbia nel mondo attuale, dopo i secoli bui in cui la chiesa condannava Galileo perché sosteneva una teoria contraria alla verità biblica sul cosmo e la sinagoga scomunicava Spinoza che metteva in dubbio le verità storiche dell’ Antico Testamento. Proprio queste derive aberranti hanno spinto il mondo accademico prima e le istituzioni religiose poi a rivedere il modo di leggere la bibbia che non può essere interpretata letteralmente ma deve tener conto del mondo culturale in cui gli autori vivevano: non si può accogliere acriticamente, alla luce della nostra consapevolezza moderna, ciò che si dice in un testo scritto da chi credeva che la terra fosse poggiata su colonne immerse in un abisso oscuro e il cielo fosse una semisfera con dei puntini luminosi.
La lettura non scientifica dei testi sacri purtroppo non ha solo una conseguenza sul modo di credere dei cosiddetti fondamentalisti e simili, ma ha effetti devastanti sulle scelte politiche ed economiche di governi che vengono sostenuti da chi non solo crede che veramente Dio ha creato il mondo in sei giorni ma ha anche comandato di sterminare i cananei (di cui i palestinesi sarebbero gli epigoni attuali) e di applicare implacabilmente la legge del taglione.
Già nell’antichità si era posto il problema se il Dio di Gesù potesse essere lo stesso che comandava di sterminare i cananei e Marcione aveva risolto la questione dicendo che si tratta di due diverse divinità, rifiutando in blocco la bibbia degli ebrei. Chi ha combattuto intellettualmente Marcione, invece, ha letto l’Antico Testamento come frutto di una visione imperfetta di Dio, nel senso che Dio stesso si sia adattato ai modi di pensare di quegli uomini per portarli gradualmente a comprendere che non la violenza ma la misericordia e il perdono sono la cifra per comprendere Dio, che ha dato il meglio di sé quando lui stesso si è incarnato nell’ebreo Gesù di Nazaret che ha predicato non la giustizia distributiva (a ciascuno il suo) ma il perdono gratuito e l’amore per i nemici. Si tratta della cosiddetta pedagogia divina, che ha accompagnato Israele dalle origini fino alla piena maturazione quando è arrivato Gesù Cristo; protagonisti ispirati di questa pedagogia sono stati i profeti e gli scrittori sacri.
Un altro modo di interpretare i testi, neutralizzandone gli aspetti più aspri e cruenti, nato dall’influsso di quei greci che interpretavano in tal modo i testi di Omero, è quello dell’allegoria: quando la bibbia parla di violenza e di sterminio in realtà parla della lotta tutta interiore dell’uomo contro i propri vizi, simboleggiati, ad esempio, dai cananei o dagli egiziani. In epoca moderna, dopo che per secoli ha imperato il letteralismo in ambito cristiano con la semplice accortezza di ritenere superati e aboliti molti comandi e incitazioni alla violenza dell’Antico Testamento con la venuta di Gesù, ma allo stesso tempo con l’introduzione di nuove forme di condanna per chi si allontanava dal pensiero dominante, come gli eretici, si è finalmente avuta l’ intuizione che nella bibbia ci sono tanti generi letterari per cui alcuni racconti, come il diluvio, sommo esempio di violenza divina, sono in realtà da leggere non come eventi storici ma come miti. Rimangono tuttavia tanti fatti storici narrati che sembrano autorizzare l’uso della violenza da parte del popolo eletto in nome del diritto alla terra donata da Dio a scapito di altri. L’affinamento della ricerca storica e archeologica, per fortuna, ha dimostrato che molti dei fatti dati per certi non sono dimostrabili sul piano storico, per cui usare testi scritti millenni fa per accampare pretese di carattere politico in nome della religione è contrario alla logica e alla ragione.
In realtà già dalla fine dell’autonomia politica degli ebrei del mondo antico si è sempre più sviluppata un’ interpretazione di carattere spiccatamente etico ed è questo approccio alla bibbia che ha plasmato il giudaismo postbiblico da cui discende direttamente l’ebraismo attuale e, allo stesso tempo nel cristianesimo, che è l’altro discendente del giudaismo biblico, si è sviluppata un’interpretazione tipologica che ha visto nell’Antico Testamento la profezia di Gesù Cristo che, a sua volta, ha portato all’universalizzazione del messaggio etico della bibbia ebraica, accanto allo sviluppo di una teologia spiccatamente cristiana. L’approccio letteralista alle istanze più violente dei comandamenti biblici è stato perlopiù abbandonato dall’ebraismo ed è stato subordinato all’etica “superiore” del vangelo nell’ambito cristiano.
Oggi ritorna in auge la discussione sulla violenza nella bibbia proprio perché sono risorte correnti fondamentaliste in ambito cristiano ed ebraico che, in nome dell’osservanza della Parola di Dio avallano l’applicazione dei comandamenti più duri presenti nell’Antico Testamento dimenticando, da parte cristiana, che Gesù è venuto a cambiare o addirittura ad abolire molti dei comandamenti della legge di Mosè e, da parte ebraica, tutte quella riflessione sull’ etica della persona (intesa come uomo e non come ebreo) elaborata dalla migliore filosofia ebraica fino al XX secolo, con nomi come Buber, Levinas e Jonas.
La nostra riflessione continuerà a mostrare come anche l’interpretazione dei testi in sé, senza il riferimento alla migliore interpretazione ebraica e cristiana successiva, non giustifica chi si appella a Dio e alla bibbia per compiere lo scempio che sta avvenendo in quest’epoca di nuova barbarie sia da parte di appartenenti all’ebraismo che al cristianesimo e che ciò che si sta facendo calpesta uno dei comandamenti più importanti per entrambi: non nominare il nome di Dio invano, cioè non strumentalizzare il nome di Dio per i propri sporchi giochi di potere.☺

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