Lavoro o chiacchiere?
31 Gennaio 2014
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Lavoro o chiacchiere?

Un acronimo ed un termine composto, entrambi anglofoni, catturano la nostra attenzione in questi primi mesi del 2014. Il piano per rilanciare le politiche del lavoro in Italia – di cui tanto si discute attualmente – è stato denominato Jobs Act. Perché tale scelta? Per mania di esterofilia, o per desiderio di ragionare in una dimensione europea ed imitare nazioni più progredite? Il risultato è una locuzione costituita da due sostantivi: job traduce l’italiano “lavoro”, act indica il fare, l’agire.

“Lavoro”, il labor di latina memoria, non è parola sconosciuta al nostro linguaggio; è valore fondativo della nostra Carta Costituzionale, attenta a riconoscerne l’importanza e la dignità. Perché dunque la preferenza accordata al vocabolo job, che traduce “impiego”, a scapito di work, che sta invece per “fatica, sforzo, impegno”? Si vuol forse intendere che  il lavoro è oggigiorno qualcosa che ci viene concesso, e non qualcosa che possa elevarci, nobilitarci?

L’attenzione va poi spostata su act, secondo termine della locuzione, vocabolo plurisemantico che significa, in inglese, “azione” (dal verbo agire) o “documento”, l’equivalente dell’italiano “atto”; ma che in ambito giuridico ha anche il significato di legge approvata dal Parlamento. Non sembra in contraddizione denominare con questo vocabolo un semplice – seppur rispettabile – programma di rinnovamento, di rilancio e modifica del modo di tutelare o garantire l’occupazione, cui dovranno fare seguito obbligatoriamente diversi decreti o  leggi, tutti ancora da pianificare?

Per restare nell’ambito dei neologismi vorrei accostare a jobs act un acronimo abbastanza diffuso in Gran Bretagna e che è entrato a far parte del linguaggio della sociologia anche in Italia: NEET [pronuncia: nit], sigla inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, ridotto per brevità in italiano anche a “né-né”. Con esso si vogliono indicare le persone che non sono impegnate nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un  impiego, né svolgono altre attività quali, ad esempio, tirocini, stage o lavori domestici. Poiché già sperimentato con successo  in altri paesi, questo indicatore statistico è stato introdotto in Italia per contrassegnare – ahinoi! – i giovani d’età compresa tra i 15 e i 29 anni, proprio i principali destinatari del programma jobs act.

L’anno 2014 si apre con un paese che da più parti viene definito povero, stagnante, con tendenza a bassi salari e senza adeguati sussidi indirizzati a contrastare la mancanza di mezzi per molte persone. Ben vengano allora le proposte innovative del jobs act per fare fronte al serio problema della non occupazione di tan- ti, soprattutto giovani, in una società “contrassegnata da brusche trasformazioni sociali, politiche ed economiche, e da una corrispondente forte crisi della vita personale, sempre più chiusa nell’aridità e preda dello smarrimento” (Laura Boella). Che non si riducano a semplici annunci, ma contribuiscano a rafforzare la convinzione che il diritto all’esistenza è inalienabile, che non si può più fare finta che il diritto alla sussistenza non sia un diritto umano fondamentale!

Per quanti sono convinti che società civile è farsi carico e partecipare ai problemi della collettività dobbiamo semplicemente chiederci “che senso diamo all’incontro con l’altro: un senso solo privato, sentimentale, di sostegno e protezione contro le aggressioni del mondo esterno oppure un significato che ci permette di innestare la nostra storia privata in quella pubblica, di sviluppare passioni ed emozioni, di rivelare pienamente chi noi siamo nell’orizzonte di un presente in cui vivono altri e in cui sono in gioco idee, valori, miserie?”.☺

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