libri: “Fiore selvatico – Profumo di nardo” di Gaetano Jacobucci
6 Dicembre 2024
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libri: “Fiore selvatico – Profumo di nardo” di Gaetano Jacobucci

Caro fratel Gaetano
grazie per questo nuovo volume, Come fiore selvatico, che ancora una volta è tutto un canto all’amore. Grazie per la possibilità che mi dai di introdurlo, anche se mi sento come un elefante in una cristalleria, consapevole di non aggiungere nulla alla bellezza, profondità, essenzialità dei tuoi versi. Spero almeno di invogliare i lettori a familiarizzare con questi componimenti che io ho trovato acqua che disseta nelle faticose giornate, miele che dà dolcezza alla vita, troppo spesso amara di frutti.
Potremmo mai gustare un buon bicchiere di vino se i bei grappoli di uva non venissero maciullati implacabilmente dal torchio che ne fa sgocciolare quello che a giusto titolo viene definito il “nettare degli dei”? Avremmo il meraviglioso e gustoso olio Evo se le olive non subissero il processo di annientamento della frangitura? Come ostenteremmo i monili d’oro se il materiale ancora impuro non passasse attraverso il fuoco del crogiuolo? Allo stesso modo i tuoi versi, permettimi di rivelarlo ai tuoi affezionati lettori, scaturiscono da una grande sofferenza fisica, le singole parole, mai ridondanti, sono centellinate una ad una dalla malattia che da anni non dà requie al tuo corpo, i tuoi componimenti sono passati insomma attraverso il torchio, il frantoio, il crogiuolo di un’esistenza che si aggrappa instancabilmente alla voglia di vivere. Anziché abbatterti o addirittura arrenderti al male, con sempre maggiore consapevolezza testimoni che solo l’amore merita di essere cantato, perché solo l’amore dà senso alla vita. Il Petrarca, in una terzina memorabile, arriverà a dire: “Amor con amore si paga, / chi con amor non paga, / degno di amare non è”.
Caro fratel Gaetano
il cardinal Martini ebbe a dire che “la chiesa è rimasta indietro di 200 anni”. Tu con il tuo cantare l’amore anziché la sofferenza redentrice, la porti avanti a noi almeno di 100 anni. Purtroppo come chiesa non abbiamo ancora preso pienamente coscienza della forza sovversiva di quella espressione di Osea, fatta propria da Gesù, e che deve diventare l’architrave della nostra fede: “misericordia io voglio e non sacrifici” (Matteo 9,13). Il filosofo Roberto Mancini, in un bel volume del 2011, Per un cristianesimo fedele. La gestazione del mondo nuovo, invita a fare il salto dal sacrificio alla misericordia perché purtroppo per molti cristiani il sacrificio è “il vero culmine della religione cristiana” mentre è proprio il sacrificio che Gesù è venuto ad escludere. Noi addirittura, caparbiamente e arbitrariamente, perché nel vangelo non c’è, lo abbiamo inserito anche nelle parole della consacrazione del pane durante la messa arrivando a dire: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. “La missione di Gesù – annota il filosofo – non è quella di selezionare pochi giusti per un premio, è quello di portare l’amore risanante di Dio a tutti i suoi figli, raggiungendo quindi proprio quelli che si sono persi. Continuare nella pratica sacrificale sarebbe vanificare questa missione” (pag. 56). Riusciremo finalmente a comprendere che la croce non è sofferenza salvifica ma esperienza di un amore che va fino in fondo? È quello che tu ci proponi da sempre con i tuoi versi, pagina dopo pagina, e quello che, tra mille contraddizioni e con molta fatica, cerca di portare avanti papa Francesco scommettendo tutto sul- la misericordia.
Quando l’amore diventerà finalmente il motore della storia allora si smetteranno la produzione e il commercio delle armi, e la parola guerra diventerà tabù, cioè vergognosa non solo a dirsi ma anche da pensarsi, i popoli si aiuteranno reciprocamente, fraternizzando, e le frontiere non saranno più muri invalicabili ma ponti che consentiranno la convivialità delle differenze in un’armonia cosmica, secondo il progetto del Creatore. Utopia? Sì, certo, ma non nel significato di non luogo (u-topos) bensì di dolce luogo (eu-topos).
Caro fratel Gaetano
niente di meglio che cimentarti, nell’ultima parte del volume, proprio con il Cantico dei cantici – cuore del Primo Testamento per noi cristiani e per gli ebrei – e rivelazione di Dio attraverso la realtà dell’amore umano. L’amore, come si evince dal Cantico, tocca tutto l’uomo. Esso corrisponde alla logica dell’incarnazione: è corpo e anima, sensuale e spirituale, terreno e trascendente, umano e divino. L’amore è tutto! Per questo si fa dono. L’amore è l’unica via che può riportare al paradiso terrestre, a prima del peccato che ha frantumato l’armonia con noi stessi, con gli altri e con Dio.
Questo tuo ultimo lavoro vede la luce in occasione dei 50 anni di consacrazione sacerdotale di padre Lino Jacobucci, a te doppiamente fratello, per la carne e per la scelta religiosa. La sua fatica, o meglio, la sua scelta di vita, è nel praticare l’amore accanto agli ultimi, ai diseredati, a quelli che hanno perso il senso della vita vera, abbagliati da facili e inconcludenti scorciatoie che portano in vicoli ciechi e mortiferi. Consapevole che un mondo in cui anche una sola persona soffre di meno è già un mondo migliore accoglie, sprona, ridesta quell’amore di cui siamo impastati e senza il quale non possiamo vivere.
Grazie. Resisti. Non stancarti. Continua a scuotere le nostre intorpidite coscienze, a ricordarci che se è una sfortuna non essere amati, è una grande disgrazia non amare.
Con la simpatia di sempre.☺

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