libri: “Tra i bianchi di scuola” di Espérance Hakuzwimana presentazione di Dario Carlone
“«Come mai parli così bene la nostra lingua?»
«Perché è anche la mia»”.
Questa è una delle tante domande – per carità lecite, secondo il comune modo di pensare – che si potrebbero rivolgere ad una persona “razzializzata”, vale a dire nata e cresciuta in Italia ma di provenienza estera. È lo specchio di quanto avviene nel nostro Paese e che Espérance Hakuzwimana ripropone nel suo saggio dal titolo, linguisticamente provocatorio e non solo, Tra i bianchi di scuola – Voci per un’ educazione accogliente (Einaudi).
Nata in Rwanda ai tempi del genocidio e successivamente adottata all’età di tre anni, Espérance vive in Italia, è scrittrice ma soprattutto ‘attivista culturale’ come ama definirsi. In questo saggio analizza con puntualità il comportamento che la scuola italiana pone in atto nei confronti degli studenti e delle studentesse provenienti da famiglie straniere immigrate, ormai di seconda e terza generazione.
Lo specchio che Espérance disegna corrisponde a quell’‘occhio dell’altro’ che consente di vedere ciò che a noi appare usuale e scontato. E gli ambiti sono molteplici: si va dal tema del nome a quello della lingua, proseguendo con la cittadinanza e la carriera scolastica. E ognuno di questi aspetti, per ragazzi e ragazze che frequentano le nostre scuole, rappresenta un problema che il senso comune di noi ‘nativi’ non prende sul serio, soprattutto quando non si offre il giusto rilievo alla questione e la si affronta con leggerezza.
Esemplare questo passaggio rivolto ai docenti: “Non ve l’ha insegnato nessuno in trent’anni di carriera che un giorno sarebbe arrivato un bambino dalla Siria, dall’Egitto, dalla provincia di Bergamo con un cognome cileno, dal Nord Italia e i genitori nigeriani, dall’altra parte della città e un nome che non racconta la sua storia, la sua pelle, i suoi natali ma i suoi occhi sì”.
Abbandono, insuccesso scolastico, frustrazione sono alcune delle conseguenze che poi si rilevano anche nei dati statistici annuali. Uno dei presupposti del ragionamento di Espérance è che un/a alunno/a di provenienza straniera ha già in sé un bagaglio sia culturale sia umano che un insegnamento esclusivamente legato ai programmi ufficiali e all’alfabetizzazione nella lingua italiana trascura, mortificando le individualità. “Ci fa male osservare quanto è netto e chiaro il vostro rifiuto di cambiare certe dinamiche, mettersi in ascolto di quello che proviamo a dirvi da anni, da almeno due decenni”.
Auspicando che la scuola divenga sempre più umana assumendo una dimensione ‘plurale’, l’autrice ribadisce la sua tesi secondo la quale chi frequenta la scuola da alunno “ogni anno desidera essere visto semplicemente per quello che è: un essere umano in divenire, alla scoperta del mondo e di sé”.
La scuola plurale che descrive Espérance nel suo “manifesto” a chiusura del saggio nasce dalla speranza che si modifichino i metodi e gli approcci, perché non capiti più che “chi ti insegna il mondo non vede tutti i mondi che già hai”. (D.C.)
