Libri: “Un angelo in cielo e un angelo in terra” di Caterina Dato
Grande serata quella vissuta dai partecipanti alla presentazione del libro Un angelo in cielo e un angelo in terra di Caterina Dato e a cura di Maria Mancino, che si è tenuta il 10 gennaio scorso presso la sala Celestino V a Campobasso. Grande perché commovente, coinvolgente e con il potere di trasformare le coscienze dei presenti. Cominciamo dai due angeli: l’angelo in cielo si chiamava Giancarlo ed era il fratello amatissimo di Fabio, angelo in terra perché è diventato don Fabio, attuale rettore della basilica di Castelpetroso. Caterina Dato è la madre dei due fratelli, Maria Mancino ha avuto il compito e il merito di aver accolto e trasferito su pagina il racconto di Caterina.
“Mi chiamo Caterina e sono una madre” è l’incipit fulminante del libro e proprio la parola madre, ha spiegato Maria Mancino, ha creato l’empatia che ha reso il narrare così prezioso. Il racconto riguarda l’omicidio di Giancarlo per mano di un ragazzo come lui, Carlo, delitto avvenuto trent’anni fa, ma il punto di forza dell’incontro è stato il non aver parlato della morte violenta, di averla solo sfiorata, ma di aver presentato, invece, una bellissima storia di luce.
Gli interventi di Caterina, di don Fabio e della cugina Maria Rosaria sono stati toccanti perché specchio di una forza interiore dirompente, ma donata al pubblico con grande delicatezza e pudore, non inaspettati per quanti conoscano la squisita riservatezza della famiglia. Eppure il tema è forte, ma i presenti sono stati coinvolti, come dicevamo, non dall’atto crudele che ha posto fine a una giovane vita, ma dalla storia di una pratica sempre più fuori dal tempo, obsoleta, oserei dire démodé: l’atto di perdonare.
Caterina è stata una madre disperata, ma poi ha iniziato, spontaneamente, un cammino spirituale che, partendo dall’ incapacità di odiare che fa parte della sua natura, come ha raccontato, l’ha portata a perdonare il ragazzo che le ha ucciso il figlio. Lo ha riconosciuto come vittima: “nel momento in cui Giancarlo è morto, è morto anche Carlo”.
Maria Rosaria, la cugina, ha commosso il pubblico raccontando le fasi del suo percorso, dalla rabbia e dall’odio alla lettera in cui per la prima volta si rivolge all’omicida con il suo nome, “Caro Carlo”, “riconoscen- dolo così come figlio di Dio”, ha detto Maria Rosaria.
Don Fabio, sollecitato dalla platea, ha messo da parte la sua riservatezza e ha spiegato all’uditorio attento e partecipe che il dramma non è stata la causa della sua scelta di vita pastorale, ma ha innescato un percorso che ha costituito il terreno fertile su cui la vocazione religiosa ha potuto attecchire e dare i meravigliosi frutti che conosciamo. In precedenza c’era stato l’intervento di monsignor Bregantini, vescovo emerito e autore della prefazione del libro, un intervento particolarmente illuminante. La nostra avventura umana, ha detto, consiste nel trasformare la quotidianità, fatta anche di sofferenza, in speranza. Il perdono, ha sottolineato, non cambia né le tragedie né il passato, ma può cambiare il futuro.
L’intervento dell’attuale vescovo Biagio Colaianni è stato ugualmente arricchente nella sua concisa intensità. “Di fronte a una persona addolorata per la morte del figlio porterò l’ esempio di Caterina” ha affermato. Oggi si esorcizza il dolore, ha aggiunto, il dolore, invece, va fatto maturare nel silenzio e condiviso.
La curatrice Maria Mancino ha rievocato i giorni trascorsi in campagna accanto a Caterina intente l’una all’ascolto e l’altra al narrare, in profonda vicinanza spirituale.
Da un incontro del genere si esce cambiati, non si può più ragionare secondo i soliti schemi e la lettura del libro è lo specchio della presentazione che ne è stata fatta. La storia di Caterina è stata resa avvincente da Maria Mancino. Il libro scorre pacato, denso, ricco di avvenimenti e di riflessioni, anche molto intime. Si va da “quello non era un dolore accettabile”, “nessuna mamma può accettare un dolore così”, alle considerazioni frutto del cammino intrapreso: “non sentivo rancore, non sentivo odio. Com’era possibile? Come può una madre non odiare l’ assassino di suo figlio? Eppure la pace era scesa dentro di me”. Il libro ripercorre la trasformazione avvenuta nell’anima di Caterina.
È importante sottolineare che né durante l’incontro né nel libro è stata messa in discussione la pena comminata. Il perdono, infatti, non cancella né il reato né la pena, ha una funzione diversa, quella di portare la luce e la speranza.
Tutto quello che è accaduto non sarebbe stato possibile senza la fede: questo è il cuore del libro. L’invito è quello di leggerlo, oserei dire: leggerlo è necessario.☺
