L’industria che scompare
Può una regione sopravvivere allo spopolamento senza il proprio tessuto industriale? Può un’area depressa, già di per sé svantaggiata a causa della mancanza di infrastrutture, resistere al proprio destino? Di certo non è questa la sede appropriata per rispondere a tali enormi interrogativi, ma qualche osservazione è ugualmente possibile farla, se si guarda alla storia industriale recente del Molise. Quella che emerge è una desolante sequenza precisa di crisi, chiusure e ridimensionamenti che negli ultimi vent’anni hanno profondamente trasformato e quasi azzerato il sistema produttivo regionale. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo che ha coinvolto intere filiere e diversi poli produttivi della regione.
Una delle prime grandi cesure arriva nel 2007, quando entra in crisi lo Zuccherificio del Molise di Termoli. Lo stabilimento era l’unico impianto saccarifero della regione e del Mezzogiorno e rappresentava il punto di riferimento per la trasformazione della barbabietola da zucchero. La riforma europea del settore e la riduzione delle quote produttive portarono alla graduale cessazione dell’attività, con la conseguente scomparsa di un’intera filiera agricola che coinvolgeva numerosi produttori autoctoni ed anche del vicino foggiano, che solo pochi anni prima si erano visti chiudere l’impianto saccarifero locale per far convogliare la produzione sullo zuccherificio termolese. Per loro, fu una doppia beffa.
Negli stessi anni anche un altro stabilimento importante dell’area industriale tra Pozzilli e Venafro chiude i battenti: quello della Unilever. La multinazionale aveva rappresentato per lungo tempo una presenza industriale significativa nel territorio e la cessazione delle attività segna uno dei primi segnali del ridimensionamento produttivo dell’area.
Pochi anni dopo, tra il 2009 e il 2010, arriva un’altra crisi che segna profondamente il panorama industriale locale: quella della Ittierre nel nucleo industriale di Pettoranello. L’azienda, per anni uno dei principali poli italiani del prêt-à-porter di lusso, produceva collezioni per marchi internazionali e nel periodo di maggiore espansione occupava centinaia di lavoratori. Il collasso del gruppo IT Holding, quotato addirittura a Piazza Affari, e le successive procedure concorsuali aprirono una fase di ridimensionamento che segnò la fine di una delle esperienze industriali più rilevanti del settore moda nel Mezzogiorno.
Negli stessi anni entra progressivamente in crisi anche uno dei sistemi agroindustriali più importanti della regione: la filiera avicola costruita attorno alla GAM Solagrital. Il gruppo aveva sviluppato un modello produttivo integrato che comprendeva allevamenti, mangimifici, incubatoi e fabbriche di lavorazione. All’interno di questo sistema precedentemente operava lo stabilimento SAM di Bojano, dedicato alla macellazione e lavorazione del pollo. La crisi finanziaria che esplode tra il 2013 e il 2014 porta al collasso della filiera, coinvolgendo lavoratori, allevatori e indotto agricolo.
La somma di queste crisi industriali porta nel 2015 al riconoscimento ufficiale dell’area che comprende Venafro, Bojano e Campochiaro come zona di crisi industriale complessa, una classificazione riservata ai territori colpiti da profonde trasformazioni produttive e dalla perdita di importanti insediamenti industriali.
Ma non basta. Negli anni successivi continuano ad emergere difficoltà anche in altri comparti industriali. Tra i casi più significativi viene spesso ricordata la vicenda della Geomeccanica di Campobasso, azienda specializzata nella produzione di macchinari per perforazioni. La crisi esplosa nella seconda metà degli anni 2010 ha coinvolto decine di lavoratori e ha rappresentato uno dei casi più rilevanti nel settore metalmeccanico regionale.
Anche il comparto agroalimentare tradizionale ha conosciuto negli ultimi anni una delle sue crisi più significative con il fallimento del caseificio Del Giudice di Termoli. L’azienda, storica realtà del settore lattiero-caseario molisano e per lungo tempo punto di riferimento nella trasformazione del latte, ha attraversato una lunga fase di difficoltà economica e finanziaria che si è conclusa con la dichiarazione di fallimento. La vicenda ha coinvolto lavoratori, fornitori e allevatori, diventando uno dei simboli più evidenti della fragilità anche dei comparti tradizionali della regione.
In questo quadro resta ancora centrale il nucleo industriale di Termoli, dove opera lo stabilimento Stellantis, che dopo la tramontata vicenda della Giga Factory, si auspica possa ritrovare slancio con un nuovo progetto industriale del gruppo torinese che possa dare ossigeno a tutti i lavoratori e quelli dell’indotto, aspetto questo non secondario poiché costituito da aziende della componentistica e della logistica. Negli ultimi anni anche questo sistema ha attraversato profonde fasi di incertezza legate alle trasformazioni dell’industria automobilistica ed alla transizione tecnologica del settore.
Se si osserva la sequenza degli eventi emerge con chiarezza il quadro di un flagello vero e proprio, che ha interessato il Molise per oltre due decenni. Con la scomparsa di pezzi importanti dell’agroalimentare, il Molise ha visto spegnersi una dopo l’altra molte delle fabbriche che avevano costruito il suo sistema produttivo. Un processo lento ma ininterrotto, che ha ridotto il peso dell’industria nella regione ed ha lasciato interi nuclei industriali molto più fragili di quanto fossero all’inizio degli anni Duemila. Oggi tutto questo porta inevitabilmente e nuovamente lo sguardo verso lo stabilimento Stellantis di Termoli, la più grande realtà industriale rimasta in Molise. Attorno a quella fabbrica si era concentrata l’ultima grande promessa di rilancio per tutta la regione. È anche per questo che oggi la questione industriale molisana appare più evidente che mai: perché dopo molte fabbriche chiuse e molte filiere ridimensionate, il futuro produttivo della regione continua a dipendere in larga parte dal destino di un solo grande stabilimento.
Alla fine, la fotografia che emerge è quella di un sistema industriale che nel tempo ha perso pezzi importanti senza riuscire a sostituirli con nuove realtà produttive della stessa dimensione. Non è solo il bilancio di alcune crisi aziendali, ma il segno di un cambiamento profondo che ha ridisegnato il tessuto economico della regione. Ed è proprio da qui che si misura oggi la vera sfida: non limitarsi a registrare le fabbriche che hanno chiuso, ma capire se esistono le condizioni per ricostruire una presenza industriale capace di creare lavoro stabile e frenare quel progressivo spopolamento di cui parlavamo all’inizio. Al cospetto dell’attuale classe politica locale, le speranze che ciò accada appaiono sostanzialmente nulle.☺
