L’islam, l’occidente dell’oriente
Il titolo del presente contributo è l’espressione del mio personale convincimento che la cultura islamica mediorientale sia parte essenziale di un’unica e multiforme civiltà che ha sempre cercato di tenere insieme, unito, il cosiddetto Occidente con l’Oriente a noi prossimo, ma che, già da molto prima della Seconda guerra mondiale, appaiono drammaticamente contrapposti all’interno di un’antitesi esiziale che vede il vicino Oriente soccombere attraverso la distruzione totale di ogni espressione e manifestazione della sua civiltà, della sua cultura, delle sue millenarie tradizioni. Non mi soffermo sul contributo dantesco in riferimento all’Islam, presente nella Divina Commedia; come sull’ampia presenza islamica nella Spagna tra l’VIII e il XV secolo – Madrid/Granada -, nei cui confronti anche l’Occidente europeo è debitore. Per non parlare, poi, dell’enorme contributo dato dall’antica civiltà persiana in settori vitali ed imprescindibili, quali il diritto, l’arte nel suo complesso, l’ingegneristica civile, fondamentale in rifermento alla costruzione di strade, ponti, insediamenti abitativi civili. Inoltre, fin dai tempi dei grandi re persiani Ciro, Cambise, Dario l’impero persiano manifestò la linea politico/amministrativa di porre un limite alla propria preponderanza militare, assegnando l’ amministrazione dei territori conquistati proprio alle città greche e alle popolazioni conquistate, così da lasciarle sostanzialmente autonome nella gestione dei loro territori. Le Storie di Erodoto sono in buona sostanza anche un’oggettiva testimonianza in questo senso.
In estrema sintesi mi proietto direttamente nel Novecento, nel corso del quale abbiamo potuto constatare lo sviluppo ossessivo e l’affermazione cinica del capitalismo e del colonialismo, cui sono seguiti, come ci ricorda Franco Cardini nel suo volume Grazie, Islam!, la “globalizzazione-mondializza- zione e (…) l’americanizzazione del pianeta e l’egemonia monocentrica dell’impero statunitense sostenuto dalle lobbies internazionali della finanza, della tecnologia e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che ne è derivata”. È proprio da questa lettura della storia che mi accingo a delineare le riflessioni che caratterizzano il mio contributo presente.
Il metodo, l’ottica che mi sono stati insegnati e che ho perseguito nell’attività docente e di scrittura sono stati quelli di leggere e di interpretare i rapporti tra l’Occidente e il resto del mondo con gli occhi e la mente dell’umanità non occidentale.
Luciano Canfora nel suo Il porcospino d’acciaio, novembre 2025, citando lo storico inglese Toymbee, così, a tal riguardo, ne ripropone il pensiero: “(…) Per quanto diversi possano essere gli uni dagli altri i popoli non occidentali in fatto di razza, lingua, civiltà, religione, se un occidentale chiederà loro che opinione abbiano sull’Occidente, ne riceverà sempre la stessa risposta. Russi, musulmani, indù, cinesi, giapponesi e tutti gli altri saranno in ciò perfettamente concordi: l’Occidente – essi diranno – è stato sempre l’aggressore capitale dei tempi moderni e ciascuno potrà rinfacciare la propria esperienza di tale aggressione”. Concordo con tale lettura interpretativa e, se volessimo una prova, la troveremmo immediatamente nell’aggressione del 28 febbraio scorso a danno dell’Iran ad opera di Israele e del suo Stato oggi vassallo, gli USA, beffardi e truci irrisori di ogni diritto internazionale.
In Europa praticamente solo la Spagna ha condannato a voce alta, per il tramite del suo capo del governo nazionale – Sanchez – tale aggressione militare, improvvisa sì, ma ovviamente preparata meticolosamente da tempo, direi da sempre. Queste due nazioni, infatti, hanno aggredito unilateralmente, beffandosi ed umiliando ogni diritto internazionale, l’Iran islamico e khomeinista, ritenuto dall’Occidente “stato canaglia”, secondo l’interpretazione islamofobica ancora oggi molto diffusa, e in Occidente condivisa dalla maggior parte degli Stati, per la quale i musulmani sarebbero ostili all’intera tessitura della cultura occidentale. Non c’è dubbio che l’Iran sia dal 1979 uno Stato illiberale, oppressivo, antidemocratico, in cui l’universo femminile è letteralmente soggiogato, emarginato e privo di ogni libertà – e le prove sono letteralmente sotto i nostri occhi -, testimonianze inconfutabili, che narrano di sofferenze atroci che durano da troppi decenni e a cui si dovrebbe porre fine. Ed è per questo che la società civile, quella sostanzialmente rappresentata dalle giovani generazioni, si presenta nelle strade delle città, grandi e piccole, a gridare la voglia di libertà di movimento, di espressione, di fede, a esprimere il profondo desiderio di sorridere finalmente alla vita senza incorrere in aspre censure e repressioni ingiustificate e crudeli nello stesso tempo. Le prove? Ce ne sono infinite, ma quelle universalmente note non solo in Iran ma anche in tutto il mondo sono le parole chiave Donna, vita, libertà, parole ovunque fortemente scandite da milioni di donne in ogni Paese. Una società si può definire libera se i diritti civili sono per tutte/i…
Le mobilitazioni, soprattutto a partire dal 2022, sono state visibili in tutte le nazioni e il loro significato è stato universalmente chiaro e cioè che un popolo vive pienamente la sua autonomia nel momento in cui si coniugano insieme l’indipendenza di un Paese e la libertà dell’universo femminile. Un convincimento profondamente alimentato da sempre nella mia vita (culturale, sociale, politica) è quello in cui l’autonomia e la democrazia di un popolo e di una nazione si realizzano nel momento in cui la governance pubblica viene affidata anche alle donne e ad una leadership dichiaratamente femminile.
Vorrei a questo punto concludere queste riflessioni proponendo alcuni versi di una poesia – Una finestra – di colei che è considerata la più autorevole poetessa del Novecento iraniano – Forugh Farrokhzad, nata e morta a Teheran (1934-1967):
Una finestra per vedere,
una finestra per sentire,
(…) Una finestra che colma le piccole mani della solitudine
con i notturni e fragranti doni di generose stelle.
E da lì si può invitare il sole
alla nostalgia dei gerani.
Una finestra mi basta.
Io vengo dal paese delle bambole
(…) Vengo dagli anni in cui le pallide lettere dell’alfabeto
crescevano dietro i banchi di una scuola infetta,
dai tempi in cui gli alunni
scrivevano sulla lavagna la parola – sasso-
e gli stormi spaventati volavano via dal vecchio albero.
Io vengo da radici di piante carnivore
e nel mio cervello
ancora risuona
il grido della farfalla
crocefissa sull’album con uno spillo. ☺
