L’urna e la piazza
“No”, può essere l’urlo esasperato di chi sta per cedere definitivamente oppure rappresentare un grido di dignità e un confine oltre il quale si aprono nuove possibilità. Se ogni “rottura inizia con il rifiuto, con il No” (Holloway), nella settimana tra il 22 e il 28 marzo, in Italia, si è, se non rotta, certamente incrinata la luna di miele tra il governo Meloni e il popolo italiano.
Qualcosa di straordinario è avvenuto: prima, oltre 14 milioni di donne e uomini hanno respinto con un referendum la controriforma della magistratura imposta dall’esecutivo Meloni; poi, centinaia di migliaia di persone, con gruppi, associazioni, sindacati, alcuni partiti hanno inondato le strade di Roma per esprimere un netto rifiuto delle politiche autoritarie, neocoloniali, guerrafondaie, ecocide, dei re e delle regine al governo del pianeta.
Cosa hanno in comune questi due fatti straordinari? Innanzitutto, la partecipazione delle giovani e giovanissime generazioni, che riapre una speranza nell’orizzonte cupo disegnato dalle élite al potere. Inoltre, il fatto di essere, il referendum e la piazza, due tra le massime espressioni della democrazia diretta: in tal senso, si potrebbe dire che la democrazia minacciata si prende cura di se stessa ripartendo dalle fondamenta.
La vittoria referendaria del No è stata resa possibile dalla mobilitazione dal basso di gruppi locali e associazioni che, in rete con soggettività più strutturate, hanno alimentato il dibattito pubblico nei territori, politicizzando il voto: comprendendo, e facendo comprendere, che saremmo stati chiamati a votare non i passaggi tecnici di una riforma della magistratura, ma la difesa della Costituzione repubblicana contro la torsione autoritaria voluta dal governo di estrema destra italiano. Quella stessa base mobilitata in difesa della Costituzione, o almeno una parte di essa, a pochi giorni di distanza dal referendum ha riempito le strade di Roma nella grande manifestazione “No Kings”. Si è trattato del nodo italiano di un nascente “movimento antifascista globale” (contro i re e le regine e le loro guerre): nello stesso giorno erano in piazza circa 8 milioni di persone in tutti e 50 gli Stati degli USA e in oltre 20 Paesi del mondo.
Scrive Lea Melandri: “è stata la vittoria di un movimento intergenerazionale che oggi riprende esigenze radicali, già comparse negli anni Settanta, volte al cambiamento di un sistema patriarcale e capitalista che, affossando princìpi elementari di giustizia, libertà, rispetto per le diversità e per l’ambiente, sta trasformando il mondo in un sistema di guerra”. La settimana del No ha raccolto l’ energia delle mobilitazioni globali dell’autunno contro il genocidio a Gaza e l’apartheid in Palestina: già allora si era compreso ciò che ora si sta drammaticamente verificando, e cioè che i movimenti neofascisti al potere in diversi Stati del mondo (tra cui Israele e USA) stanno imprimendo una svolta autoritaria alle politiche nazionali e alle relazioni internazionali, distruggendo la vita di tante donne e uomini, il pianeta e il diritto internazionale, in nome di un modello di società ipercapitalista e neoautoritario. Per il movimento “No Kings”, i re e le regine globali “stanno imponendo un approccio predatorio che sta devastando il nostro sistema industriale promettendo ai padroni la tutela dei profitti attraverso la riconversione bellica, e schiacciando la dignità del lavoro”. “Chi non vuole parlare del capitalismo, deve tacere anche del fascismo” diceva già Max Horkheimer ne Lo Stato autoritario (1942).
Negli oltre 14 milioni di No al referendum costituzionale c’è certamente molto altro, come è ovvio che sia in una democrazia pluralista. Quei No, dunque, rappresentano “una vittoria importante”, ma “se quel No si limita a conservare l’esistente, senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa” (Di Sabato).
Nello stesso tempo urlo disperato e grido di dignità, il No risuonato nelle urne e nelle piazze è, ad ogni modo, uno spartiacque, un possibile argine allo scivolamento dell’Italia verso la democrazia illiberale. L’estrema destra italiana non si fermerà, e anzi rafforzerà le spinte repressive e autoritarie. Sarà necessario, allora, mantenere vivo il clima di mobilitazione respirato nella settimana del No e continuare, anche nei territori locali, ad agitarsi, studiare, organizzarsi, con la prospettiva di uno sciopero generale europeo (e globale?) contro i re e le loro guerre. Sin da subito, andrebbe “aperto un ciclo di assemblee popolari, in tutti i territori e in tutte le città del Paese, per mettere a confronto tutte le esperienze in campo e, avendo chiara l’urgenza di interrompere la deriva della guerra e la militarizzazione della società e delle relazioni, iniziare a immaginare e praticare un’alternativa di società” (Marco Bersani).
Non una alternanza al governo del Paese (non solo), ma la ricerca di un cambio di paradigma radicale.☺
