Meravigliosamente
La nuova raccolta di Ivan Fedeli, La gioia elementare (Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2025, con sensibile prefazione di Cristina Daglio), nella sua delicata semplicità lascia il lettore commosso e incantato in forza di un clima che trova la sua araldica insegna nel verso (p. 29): «Così la vita, meravigliosamente». Importante è quel corposo avverbio, perché, pur in un mondo inquinato da soprusi e violenze, richiama i poli positivi della «gioia elementare» del titolo e di una più volte ricercata e richiamata «felicità».
L’autore (del 1964) vive in Brianza, a Ornago; l’ambiente entro cui si collocano in prevalenza le sue poesie è la Lombardia dei dintorni di Milano, con particolare attenzione – come ci dice la seconda delle otto sezioni, col titolo Il silenzio del Lambro – per l’amato corso d’acqua. La sezione Acque docili sembra invece dislocarci in una Liguria meta di vacanze estive. Fra questi due principali teatri si snodano paesaggi che alternano da un lato una spiccata sensibilità per la natura – una quantità di cieli e di nuvole, e contro di loro varie essenze arboree, e numerosi fiori, particolarmente gerani: «Ma la felicità? La insegnano forse/ i gerani appesi al sole»… –, dall’altro il frequente ricorso di frammenti di periferia, con palazzi, tralicci e gru di cantieri, lattine abbandonate, pozzanghere, tram e fermate, orti, fabbriche, bar, supermercati, citofoni. Meticolosa è anche l’esplicita registrazione delle fasi dell’anno. In tono con il ‘clima’ poetico generale, domina il settembre, col malinconico declinare della bella stagione alle soglie dell’autunno.
In apertura, una sezione intitolata L’arte del trasloco. Vengono alla ribalta gli oggetti che costellano le vite e, come sempre avviene (per lo meno là dove un poeta si presti ad ascoltare), «le cose parlano» (p. 18). Ecco allora i libri prediletti, i giochi dei bambini e le camicie da riporre, «cristalli/ e bicchieri» e il «servizio di pregio/ dei piatti in dispensa», i calzini spaziati, un orecchino perduto, una matrioska e ancora «il magnete di Cracovia sul frigo/ le chiavi al centro del cassetto […] il telefono grigio dei nonni/ il giradischi a pile sul sofà/ le foto dei vent’anni».
Questo garbatissimo canto, che continuamente dipana il filo della meditazione lirica portandolo da sé alle cose e riconducendolo a un suo «tu» che è di volta in volta una persona cara ma anche un io-noi, conosce e pratica con infinita sapienza un’arte fermata in icastica espressione dal titolo di una raccolta di Fabio Cirìachi (Empirìa1999): L’arte di chiamare con un filo di voce. A ‘trascinare’ il lettore contribuisce la spiccata economia di virgole, perché l’assenza di quelle micro-pause compatta il tutto in un flusso uniforme, una liquida, avvolgente corrente. Chissà che al fondo non ne sia fonte la prediletta corrente del Lambro «che ha dentro lo stagnare dei giorni», e che «lambisce» nomi e vite di sacrificali agnelli (lambs) di questa nostra società, direttamente (e teneramente) designati come «poveri cristi». Ed ecco che il motivo della ricercata felicità si raccorda con naturalezza alla galleria di loro ritratti nella stupenda terza sezione, Gli inadatti. La splendida rassegna comincia dal «barbiere/ cinese […] un po’ triste», per rubricare poi «il signore dei libri», che piange di nascosto su un verso di Vittorio Sereni; l’«Andromaca/ della Barona» che aspetta il rientro del suo uomo dalla fabbrica; «il Bresaola» ubriacone («lo chiamano qui fischiando a due dita/ così con i cani con chi non ha nome»); «l’uomo della panchina», che «toglie forfora/ e pensieri dalla giacca guardando/ il cielo»; «il signore in pensione» che «stende la tovaglia a quadri con cura» chiedendosi dove siano mai i suoi figli lontani; «la ragazza con gli occhiali» presa in un suo m’ama/non m’ama con una margherita.
«Cose di un mondo da poveri/ queste che fanno epica a parte». «Cose care queste alla vita/ e tremende raccontano i poeti/ di qui»… Così si presenta l’innamorato regesto delle «piccole cose di un mondo/ grande che ancora misuri allo sguardo». Nel penultimo testo (p. 96), con una autoconsapevolezza assorta in understatement rientra fra gli «inadatti» lo stesso scrittore, teso a abbracciare niente di meno che la vita con l’esile strumento della poesia:
Un giorno in più insomma qualche parola
da dire e il silenzio di notti e ombrelli
lasciati al bar. Questo per te per il tempo
che rimane sia esso generoso
o avaro quando numeri le cose
ripassi nomi conti le occasioni
avute perse tu così inadatto
tu sempre così al risparmio. È la vita?
Sì la vita e la terresti tutta lì
a ubriacarti in un solo fiato a mordere
dare senso a chi passa a chi non sei
se non nell’attimo se non nel battito
del cuore. Vorresti allora lo sguardo
degli uomini quando guardano il cielo
e la forza degli alberi di aprire
radici radicando te in qualunque
luogo anche qui o in ogni altrove possibile.
Sognano di questo poeti e giovani
in cerca di futuro. Fa’ sia il sogno
tuo rendilo se puoi tuo desiderio.
