Mondo contadino
Il 15 ottobre 2026 nel Palazzo comunale di Castiglione Messer Marino (Ch) è stato presentato ufficialmente il neonato Centro Studi “Felice Del Vecchio”, istituito sulla base di un protocollo d’intesa tra la Scuola dei Piccoli Comuni, l’associazione Notti Mediterranea e i Comuni di Castiglione Messer Marino e Roccavivara (Cb). La presentazione è stata presieduta dai sindaci dei due Comuni, Silvana Di Parma e Rolando Di Renzo, e dalla figlia di Felice Del Vecchio, Valentina. Il Centro è diretto da Nicholas Tomeo, dottore di ricerca dell’Università del Molise, e si avvale di un comitato scientifico di cui, oltre a Tomeo e V. Del Vecchio, fanno parte Nicola Gasbarro, Rossano Pazzagli, Lia Giancristofaro e Gianluca Terreri.
Quella di Felice del Vecchio (Ca- stiglione Messer Marino 1929 – Milano 2024) è stata una figura di valore storico, umano e politico. Il suo impegno e la sua narrativa hanno dato voce a un mondo contadino oggi in gran parte scomparso, ma che torna presente nella necessità di un ripensamento del modello di sviluppo che abbiamo seguito fin qui e che assieme al cosiddetto benessere ha generato tanti danni in gran parte del Paese.
Chi era Felice Del Vecchio? Lo ha ricordato di recente Nicholas Tomeo in un articolo su Nautilus (https://www. nautilusrivista.it/temi/territori/del-vecchio/). Nato nel 1929 a Castiglione Messer Marino, egli trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Roccavivara sotto la guida del prozio Duilio Lemme, parroco e figura centrale nella sua formazione. Studiò al Liceo Classico “Mario Pagano” di Campobasso e successivamente, grazie a una borsa di studio sostenuta dalla Provincia, entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi in Storia e Filosofia nel 1951 e partecipando attivamente al clima culturale e alle lotte operaie della Pisa di metà ‘900. La Scuola Normale era allora il top della formazione universitaria, una fucina di classe dirigente e di intellettuali dell’Italia della ricostruzione, dopo la dittatura fascista, il dramma della guerra e la lotta di liberazione. Al ritorno in Molise entrò nel Partito Comunista Italiano, lavorando fino al 1954 come funzionario e attivista nel mondo contadino, di cui fu in quegli anni agitatore e scrittore. Con La Chiesa di Canneto, racconto autobiografico ambientato lungo il Trigno che dà voce a un’epopea contadina, riceverà il Premio Viareggio e l’apprezzamento di critici come Pietro Citati (che aveva studiato con lui a Pisa) e Italo Calvino.
Mentre scriveva La chiesa di Canneto Del Vecchio scrisse altri testi di argomento meridionalistico. Dal suo punto di osservazione, il Molise, egli seguiva una linea coerente con le direttive del Partito Comunista Italiano, ma aperta anche ad altre forze politiche (in primis il Partito Socialista). Dagli articoli pubblicati soprattutto sullo Spettatore Italiano, la rivista di Elena Croce e Raimondo Craveri emergono alcuni bilanci della situazione del Mezzogiorno nel dopoguerra e rilevanti questioni circa la necessità dell’ autonomia e della forza trainante degli intellettuali meridionali, come hanno rilevato Roberta Nuovavia e Alberto Sana in Misure critiche del 2023. Gli aspetti principali della sua opera si possono riassumere in un forte legame con il reale, nell’attenzione per il popolo, nell’interesse per il Mezzogiorno rurale e per i paesi. Temi da affrontare partendo dalle condizioni esistenti. Il “quadro esatto” della vita dei campi – scriveva – può essere dato grazie agli intellettuali, che però nella sua visione dovevano diventare anche gli “organizzatori delle lotte” contro la persistente realtà del latifondo, i rapporti semifeudali, l’arretratezza del sistema produttivo, la vita contadina “orrendamente disgregata, confusa, dominata da un lavoro continuo ma vano”.
I contadini e il paese – che è anch’ esso, specie nel Meridione, una comunità di contadini – sono al centro del suo interesse. L’altro libro di Del Vecchio, Il nido di pietra, contiene un addio al paese, che ricorda l’ addio ai monti dei Promessi sposi: il giovane protagonista rivolge un saluto al paese per trasferirsi nella grande città, dove avrebbe lavorato e vissuto: “Su- perata l’ultima curva della circonvallazione, il paese, che prima stava alle spalle, mi si parò davanti. E mentre guardavo quel nido di pietra dov’ero nato e cresciuto, mi accorsi che le lampadine accese ai canti delle case diventavano come tante gocce tremule di luce e mi coprii gli occhi con le mani per non far vedere che si erano riempiti di lacrime”. Felice Del Vecchio andrà a Milano, una città mai introiettata e mai amata davvero, senza dimenticare mai il suo comunismo contadino.
Anche l’esodo rurale sembrava un addio, un tramonto definitivo del mondo contadino e della ruralità italiana. Un addio che Del Vecchio cercò di contrastare: i contadini sarebbero rimasti se le loro condizioni di vita fossero migliorate. L’addio ci fu davvero, ma negli ultimi decenni la fine del mito del progresso e della crescita illimitata, il peggioramento della qualità della vita nelle città più grandi e l’emergere della questione ambientale hanno spinto verso una ritrovata attenzione per il mondo rurale.
È da queste considerazioni che hanno ripreso corpo e significato la figura e l’opera di Del Vecchio, fino all’istituzione del Centro che porta il suo nome con la finalità di studiare e capire il declino del mondo rurale, in particolare meridionale, a cui l’Italia deve gran parte della sua ricchezza e bellezza, ma anche per guardare avanti, sfuggendo al sentimento di ineluttabilità per aprire uno squarcio di luce sulle possibilità di rinascita delle campagne e dei paesi italiani. Fare studi e ricerche, mobilitare conoscenze e coscienze e indicare vie possibili, sentieri nuovi su antiche strade: sarà questo il compito del Centro Studi “Felice Del Vecchio”.☺
