Nazionalismo è barbarie
21 Ottobre 2017
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Nazionalismo è barbarie

Un’Italia caotica e confusa, agitata in un’animazione vitale ma realmente priva di scopo, di progetti, di prospettive: è questa l’immagine che percepisco quando il tricolore sventola per una vittoria calcistica o per un trionfo in formula uno. Mi pare solo quello il momento in cui gli italiani si percepiscono vagamente e astrattamente come nazione.

Ma dov’è la “patria” intesa come valore di risonanza emotiva, capace di spingere al rispetto di doveri fondati su una comune appartenenza? A farla da padroni sono la mancanza di senso civico, la difficoltà dei singoli a riconoscersi membri di una comunità tranne che essa non coincida con la dimensione limitata della parentela o del vicinato o della “categoria” di cui si è parte. È questo un particolarismo cronico tante volte denunciato da un attento descrittore dei costumi nazionali, non l’unico, come Michele Serra: “è impressionante e disperante la permanenza, in settori così vasti della società italiana, di un’idea di comunità che nasce e muore lungo pochi isolati, poche famiglie, e non riconosce regole se non le proprie, le stesse che portano alla povertà, alla soggezione, alla malavita”. Interessi “particolari” prevalgono sul bene della collettività e della nazione, in un rovesciamento di prospettive etiche che spesso conduce all’autolesionismo e alla paralisi, rendendo difficile persino l’azione di un governo, cosa che in un paese evoluto dovrebbe essere semplice quotidianità. Perché avviene ciò? Mancanza di identità, sia nel singolo, sia nella collettività.

Identità è concetto complesso, chiama in causa processi legati soprattutto al piano della psicologia, che distingue tra identità oggettiva e identità soggettiva. La prima, quella che ci attribuiscono gli altri, è l’insieme dei fattori che ci fanno riconoscere: fattori fisici, come il viso, la statura, il colore dei capelli; fattori sociali, come il nome e cognome registrati all’anagrafe, il luogo di residenza, l’attività svolta; e poi le amicizie e le frequentazioni.

Più complesso e sfuggente è il concetto di identità soggettiva, cioè l’ immagine che ciascuno ha di se stesso, l’insieme dei fattori relativi al carattere o al ruolo sociale, che riteniamo ci contraddistinguono e che disegnano l’immagine che – crediamo – gli altri abbiano di noi. Si tratta di complessi meccanismi individuali, dinamiche grazie alle quali ogni individuo determina la propria identità. “Autoriconoscimento” o processo di “costruzione del sé” li chiamano gli psicologi. Sono bisogni ed esigenze antropologiche profonde, ereditate dai nostri lontanissimi progenitori: esposto di continuo alla morte, l’individuo trovava nel branco o nella tribù l’unica possibilità di sopravvivenza.

In società complesse come quelle odierne il desiderio di essere parte di un gruppo o di una comunità si colloca a più livelli: ci si può sentire membro di una comunità locale, quella della propria città o regione, e contemporaneamente sentirsi con eguale o maggiore intensità membro di una comunità più vasta, come quella “nazionale” o “continentale”. Un primo esempio può essere costituito dal processo di costruzione dell’identità europea: lungo e difficile, è tuttavia in corso e chi è giovane adesso si sente probabilmente anche cittadino europeo molto più di quanto ciò fosse avvertito dalle generazioni precedenti. Un secondo esempio riguarda i cittadini degli oltre cinquanta stati che compongono gli Stati Uniti d’America che oggi si sentono membri – pur diversi per identità – di un popolo solo, cosa che non accadeva ai loro antenati di trecento anni fa.

Identità europea e, mai come in questo momento storico, identità americana vivono una crisi profonda. Riaffiorano qua e là le due spinte opposte che hanno guidato la Storia dalla rivoluzione francese alle due guerre mondiali: individualismo e nazionalismo. Il progressivo processo di emancipazione dell’individuo dai vincoli rigidi della comunità, per diventare detentore in proprio (non in quanto membro di una comunità, sia essa la famiglia, una consorteria o un ceto) di diritti intangibili e inalienabili, raggiunto con la rivoluzione francese e fatto proprio dalla borghesia europea e nordamericana, ha riconosciuto definitivamente il diritto del singolo di costruire il proprio destino sociale e relazionale, indipendentemente dalla nascita e dalle sue origini. Alla società ha affidato il compito di favorirne la legittima aspirazione a migliorare le proprie condizioni di vita sul piano economico e del prestigio, grazie alla tenacia, all’intelligenza e al talento: valori che connotano una “società aperta”, secondo la definizione di Karl Popper. Non per questo il singolo abbandona il bisogno di appartenenza e la volontà di riconoscersi come membro di una comunità dai valori forti e da una chiara identità.

Il nazionalismo, forma esasperata di autocelebrazione, preferì l’affermazione con la forza: concezione “chiusa” di società, esso considera ancora l’appartenenza come un diritto “di sangue”, non l’effetto di una libera e cosciente accettazione, da parte del singolo, di diritti e di doveri che fondano la convivenza civile.

L’Italia ha vissuto il nazionalismo e sembrava aver fatto ammenda della barbarie sperimentata, ma da quasi tre decenni ha imboccato una deriva pericolosa. Sarebbe ora che tornasse a seguire la Carta costituzionale, per non ritrovarsi nazione, retorica e celebrativa, solo in occasione delle partite di calcio.☺

 

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