Paese di ignoranti!
C’è un dato statistico che fotografa il fallimento totale della classe dirigente italiana e il declino programmato del nostro Paese meglio di qualsiasi editoriale politico: il 20,3%. È la percentuale ridicola di cittadini che, dopo il diploma, riesce a conseguire una laurea o un titolo di studio superiore. Nell’Unione Europea facciamo peggio di quasi chiunque altro, tallonati soltanto dalla Romania, posizionandoci come l’ultimo vagone di un continente che viaggia a un’altra velocità. Ma la vera vergogna non risiede solo nella penuria di laureati preparati, bensì nell’architettura di un sistema formativo e sociale oggettivamente marcio, che ha scientificamente rinunciato a premiare il merito per proteggere le corporazioni, livellare verso il basso le competenze e blindare i privilegi di partenza della sua asfittica borghesia. I dati EUROSTAT completano una fotografia desolante, specchio di un Paese che preferisce l’analfabetismo al cambiamento. Il 42,5% degli italiani tra i 25 e i 74 anni possiede soltanto un diploma, mentre un drammatico 37,2% della popolazione si è fermato alla licenza media o a titoli inferiori. Nella media dell’Unione Europea quest’ultima quota si dimezza al 21,2%, mentre ben il 34,3% dei cittadini prosegue gli studi oltre le scuole superiori, segnando un distacco di quattordici punti percentuali che certifica l’isolamento culturale dell’Italia.
Questa zavorra non è l’esito di una pigrizia antropologica dei giovani, ma il sintomo di un paradosso grottesco che consuma risorse senza produrre valore. Gli studenti italiani, infatti, vengono sequestrati sui banchi per molte più ore rispetto alla media dei loro coetanei occidentali. Le statistiche OCSE certificano che nel nostro ordinamento sono previste ben 917 ore obbligatorie all’anno alle scuole elementari contro le 804 della media globale, e 990 ore alle scuole medie contro le 909 della media internazionale. Se la scuola fosse un semplice parcheggio a tempo, l’Italia dovrebbe essere una superpotenza intellettuale. Al contrario, questo accanimento quantitativo produce il nulla cosmico. Quando l’OCSE misura le capacità reali degli adulti di comprendere un testo scritto o di utilizzare la matematica per risolvere problemi quotidiani, il bluff della scuola italiana crolla. In Italia, il 35% della popolazione tra i 16 e i 65 anni si colloca ai livelli più bassi di comprensione linguistica, a fronte di una media OCSE del 26%. Sul fronte numerico la situazione è identica: un altro 35% di italiani non supera i livelli minimi, contro il 25% della media estera. Più di un terzo della popolazione attiva, in pratica, è composta da veri analfabeti funzionali che non capiscono un contratto di lavoro o un articolo di fondo.
Il peccato originale di questo disastro è la sistematica e violenta allergia del sistema italiano verso la meritocrazia reale. In un contesto in cui la scuola spende più tempo a produrre moduli burocratici che a stimolare l’eccellenza, il talento individuale, soprattutto dei giovani provenienti dalle classi sociali più povere, viene attivamente represso. Non esiste alcun meccanismo che premi l’impegno o che offra percorsi di valorizzazione per chi dimostra buone capacità, ma neanche per chi ha capacità straordinarie; tutto viene appiattito in una logica falsamente egualitaria, al ribasso che non aiuta per nulla chi è indietro e demotiva chi potrebbe correre. Questo disprezzo per il merito nasce dall’avarizia di uno Stato che destina all’istruzione appena il 3,9% del PIL, contro il 4,7% medio dei Paesi OCSE. Tagliare i fondi significa umiliare il corpo docente. Un insegnante della primaria in Italia percepisce uno stipendio inferiore del 33% rispetto a quello di un qualsiasi altro lavoratore laureato a tempo pieno. Nella media OCSE questo divario si ferma al 17%. Pagando gli educatori con salari di sussistenza, lo Stato lancia un messaggio criminale: la cultura non vale nulla. Di conseguenza, la cattedra cessa di attrarre o motivare gli insegnanti, con effetti catastrofici sulla qualità della didattica.
Senza criteri meritocratici trasparenti, l’istruzione pubblica ha smesso di essere l’organo democratico dell’emancipazione per trasformarsi in una struttura feudale che riproduce in tutto e per tutto le diseguaglianze di partenza. L’Italia ha blindato una società castale in cui il destino professionale di un giovane è scritto nel titolo di studio dei genitori. Tra i ragazzi di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il 63% di chi ha almeno un genitore laureato riesce a conseguire il titolo universitario. La medesima quota crolla ad appena il 15% se i genitori si sono fermati alla terza media. Chi nasce in una famiglia colta ha la strada spianata dalle relazioni e dal portafoglio paterno, non dalle proprie doti. Il giovane povero ma geniale, invece, viene precocemente espulso o abbandonato a se stesso da uno Stato assistenzialista con i forti e assolutamente spietato con i deboli. Il “merito”, termine abusato dalla peggiore retorica politica contemporanea, diventa una gigantesca truffa: non si premia il migliore, si fotografa e si legittima semplicemente la ricchezza e le conoscenze di partenza.
Questo cortocircuito distrugge il mercato del lavoro e condanna il tessuto produttivo nazionale a una miseria strisciante. Un Paese che odia l’istruzione e punisce i migliori è condannato a una produzione industriale a basso valore aggiunto, basata sullo sfruttamento e sul basso costo del lavoro. Le aziende italiane, dominate da un capitalismo familiare arretrato e allergico alle competenze professionali, preferiscono la fedeltà clanica e la raccomandazione alla selezione dei talenti. I pochi giovani che, sopravvissuti alle barriere della scuola castale, riescono a eccellere si scontrano con un muro di contratti precari e stipendi offensivi. La naturale conseguenza è la fuga disperata dei cervelli all’estero, dove il merito viene riconosciuto e pagato. L’Italia si ritrova così nel ruolo masochista di pagare l’istruzione di giovani brillanti per poi regalarli alla Germania o agli Stati Uniti, tenendosi in patria una popolazione progressivamente più vecchia, ignorante e succube di una classe politica inadeguata. Definire l’Italia un “Paese di ignoranti” non è un insulto, ma la constatazione di un suicidio culturale ed economico scientemente perpetrato dalle sue stesse istituzioni.☺
