Pantani: oltre il mito
29 Agosto 2017
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Pantani: oltre il mito

“Dopo una lezione di questo tipo, anche a malincuore devo dire che, se succede questo ad uno sportivo come me che ha dato tanto a questo sport,c’è da pensare… Avevo già la maglia rosa, avevo 46 di ematocrito ed oggi mi sveglio con questa sorpresa… Credo che c’è qualcosa sicuramente di strano… Sono ripartito dopo grossi incidenti, ma moralmente stavolta abbiamo toccato il fondo“. Queste parole, con una sottolineatura particolare sulle ultime, furono pronunciate da Marco Pantani nell’ormai lontano 5 giugno del 1999, all’uscita di un Hotel qualsiasi di Madonna di Campiglio, assediato da una folla di cronisti. Parole che hanno riscritto la storia del ciclismo e dello sport in generale e che ogni anno, dolorosamente, tornano a ricordarci una storia, una ferita ancora aperta e mai risolta, ogni volta che la bella stagione inizia ad affacciarsi e le due ruote tornano a sfrecciare per le strade.

Quella che si respira oggi è però un’aria diversa. In mezzo a quel gruppo di ciclisti, la maglia rosa del Pirata non c’è più. Pantani non è stato eroe per caso. Non è passato alla storia per nulla. Perché ha scritto la storia. Prima e dopo. Quando trionfava sulle strade e quando non lo ha fatto più, lasciando un silenzio più ingombrante della sua presenza.

Numerose ombre si sono sempre addensate sulle vittorie del Pirata e non parliamo di infortuni, stavolta. A cambiare la vita in maniera definitiva e la storia personale di quest’ uomo, ma soprattutto a cambiare il volto del ciclismo intero, che non sarebbe mai più tornato ad essere ciò che era stato, è un semplice vocabolo: ematocrito, fino a quel maledetto 5 giugno 1999 sconosciuto ai più, ovvero il rapporto percentuale tra i globuli rossi e la componente fluida del sangue, ossia il plasma.

Quel giorno, a Madonna di Campiglio, la potente notizia che deflagrò in tutto il mondo sportivo fu l’esclusione del campione di Cesenatico dal Giro d’Italia, a seguito del riscontro di un valore elevato di ematocrito (51,9%). Secondo le analisi quindi, il sangue del Pirata era ‘troppo spesso’. Due le ipotesi: o era dopato o era malato.

Come previsto dai regolamenti dell’epoca, un tasso di ematocrito superiore alla soglia del 50% imponeva la sospensione del ciclista per 15 giorni e questa precauzione era giustificata dal fatto che un ematocrito troppo alto sottoponeva il sistema cardiocircolatorio a stress eccessivi e potenzialmente pericolosi per l’atleta: il Pirata dovette abbandonare il Giro d’Italia ed improvvisamente tutte le sue imprese sportive furono messe in dubbio. Pantani era già stato controllato altre volte in quel Giro ed era risultato sempre a posto, così come in tutti gli altri controlli effettuati nella sua vita da atleta. Inoltre, anche volendo credere che il suo ematocrito fosse effettivamente elevato, questo non è necessariamente sinonimo di doping.

Questo passaggio è stato spesso e volutamente omesso nelle ricostruzioni e nelle cronache, ma la realtà dei fatti è che non venne mai rilevata alcuna traccia di sostanze dopanti nel sangue di Marco Pantani. Ed inoltre, dato non secondario, sono molti i fattori che influenzano il valore dell’ematocrito, tra cui la dieta e l’attività fisica nei giorni precedenti il controllo, l’altura e non ultima, la posizione del soggetto nei minuti precedenti il prelievo, che nel nostro caso venne effettuato alle 7.30 del mattino, quando Pantani stava presumibilmente dormendo a letto.

Il resto della storia è noto a tutti: il pomeriggio stesso del 5 giugno, Pantani si sottopose nuovamente ad esami privati ad Imola, in un laboratorio accreditato dall’Uci, ed i suoi valori risultarono perfettamente nella norma, in linea con quelli rilevati la sera precedente. Una stranezza che non lascerebbe spazio ad ulteriori insinuazioni. Probabilmente è proprio su questa ed altre stranezze che si sono concentrate le indagini della Procura di Forlì, anche sulla base di fatti, testimonianze ed intercettazioni ambientali.

In quel Giro, infatti, capovolgere i pronostici di una vittoria che appariva quasi certa, avrebbe significato enormi profitti nel settore delle scommesse clandestine. Questa ipotesi, quanto mai attuale, considerati gli scandali del calcio scommesse, ma in generale in qualsiasi ambito che sia terreno di conquista degli allibratori, fu confermata in più sedi.

Soprattutto però venne suffragata dalla testimonianza del pentito Renato Vallanzasca, secondo cui un suo conoscente, in carcere, gli avrebbe caldamente consigliato di scommettere contro Pantani. Vallanzasca, criminale noto alle cronache per essere stato condannato, complessivamente, a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione, riferì di essere stato avvicinato da un sedicente esponente della Camorra che, visto il prestigio di Vallanzasca all’interno della Mala italiana, era desideroso di fargli un ‘regalo’, dicendogli cioè di non scommettere sulla vittoria di Pantani al Giro. Vallanzasca non scommise contro Pantani, ma ricordò quel ‘suggerimento’: “Non mi permetterei mai di darti una storta. Non so come, ma il pelatino non finisce la gara”. Nonostante il vantaggio che il Pirata continuava ad accumulare giorno dopo giorno, questo ignoto personaggio si dimostrava certo che quel Giro d’Italia del ’99 non sarebbe stato vinto da Pantani.

Le conclusioni della Procura di Forlì parlano chiaramente dell’evidenza secondo cui fu un clan camorristico ad intervenire per arrivare all’alterazione del controllo del sangue del Pirata la mattina del 5 giugno 1999. È tutto scritto in quelle pagine dell’inchiesta, chiusa con la richiesta di archiviazione: gli autori dei reati non possono essere identificati.

Un’altra storia all’italiana. “Non so se ci sarà un altro giorno per me”, disse Marco Pantani, in dialetto romagnolo rivolgendosi ad un ospite del residence nel quale alloggiava da qualche giorno a Rimini. Mai presagio fu più tragico, perché alcune ore dopo, il Pirata morì stroncato da dosi eccessive di cocaina.

Era il 14 febbraio 2004. ☺

 

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