Passione d’amore
3 Dicembre 2014
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Passione d’amore

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Nel mese di dicembre, in coincidenza col solstizio, è posto l’inizio dell’evento cristiano. Vittime, troppe volte inconsce, del consumismo veicolato ad arte dal capitalismo e dalle multinazionali, c’è l’abitudine di scrivere, perché distribuisca brandelli di felicità cosificata, a babbo natale, che altri non è se non un san Nicola (il nordico santa Claus) imbrattato da chiari richiami al marchio della coca cola. Potenza della follia collettiva manipolata ad arte!

A differenza di tanti, grandi e piccoli, che si rivolgono al frutto del vostro amore, quel bambino che è venuto a dare luce nuova e forza rivoluzionaria al cammino dell’umanità, cosicché la storia e il conteggio del tempo si sono divisi in prima e dopo di lui, oso scrivere a voi che, nonostante tutto, preferite rimanere nella penombra. Siete una coppia così singolare che non pochi uomini di chiesa con grandi responsabilità, oggi, faticherebbero a riconoscervi nei canoni del matrimonio cristiano, se solo vi presentaste sotto mentite spoglie e, per una serie di cavilli che non faticherebbero a trovare, vi proibirebbero perfino di accostarvi ai sacramenti, come accade a tante coppie che hanno avuto il coraggio di non lasciare l’amore sepolto dalla ipocrisia di relazioni non più esistenti.

Ragazza madre sei Miriam, a rischio lapidazione secondo la legge mosaica, perché la tua “maternità aggirò lo sposo, fu gravida di tutt’altro seme, dopo l’annuncio del messaggero ardente” (E. De Luca). La tua non voleva essere una sfida al perbenismo della società, anche se eri pronta a subirne le conseguenze. Era stato un sì maturo e convinto, nonostante la giovanissima età, una passione d’amore, che ti avrebbe portato presto a cantare il Dio che rovescia i potenti dai troni, che rimanda a mani vuote i ricchi.

E tu Joséf, giovane pieno di fuoco, che la tradizione presto avrebbe provveduto a depotenziare in anziano più padre e custode che sposo arso da passioni, hai saputo rimetterti in gioco e non rimanere spiazzato e avvizzito dalla novità e continuare così a cullare sogni non più realistici. Non una copertura, ma la partecipazione consapevole ad un progetto: “il padre è il mestiere, l’officina del falegname, l’apprendistato di impugnare arnesi. Il padre è un nome all’anagrafe, la legge da studiare, l’assemblea” (E. De Luca).

Insieme avete affrontato i rischi della vita, vi siete messi in cammino perché nascesse a Betlemme (= casa del pane) e deponendolo in una mangiatoia fu profeticamente chiaro da subito che era venuto per farsi lui cibo, tanto che sarebbe arrivato a dire mangiate, questo è il mio corpo. Eravate i primi testimoni consapevoli di un Dio debole, onnipotente solo nell’amore. Purtroppo dopo duemila anni noi continuiamo a cercare un dio tappabuchi, un dio ombrello che ci ripari da guai e malattie, se in questi giorni anche uno stimato professionista come Veronesi arriva a dire, dall’alto della sua scienza, autentiche idiozie per negare un dio che non esiste o perlomeno non è il Dio di Gesù il Cristo. E che Dio è indifeso, come chiunque ama, lo avete sperimentato dovendo fuggire in Egitto perché ricercati in patria. Non siete stati i primi – e a ricordarvelo era la stessa professione di fede che affiorava sulle vostre labbra: “mio padre era un arameo errante” – non per questo avete sofferto di meno. Da sempre i popoli e i singoli trasmigrano. Sarà la fame o il fascino di nuove terre, la persecuzione, le guerre o l’inseguire i sogni, ma speranza e disperazione camminano con le gambe dell’uomo e nessun egoismo individuale o cieca politica collettiva potrà arginare il fiume in piena che attraversa ogni continente. Mentre contempliamo amareggiati la fatica del vostro esilio siamo ormai indifferenti anche di fronte alle stragi di migranti diventati cibo per pesci nel mediterraneo, ma non esitiamo a bloccare l’autostrada, come è accaduto vicino Brescia, per evitare che una gatta rimanesse spiaccicata sull’asfalto, travolta dalle macchine in corsa. Il contrasto è stridente, purtroppo la nostra vergogna non si tinge più neppure di rossore. Come Erode, abbiamo le nostre buone ragioni.

Nel nostro natale fame e sete di amore è diventata orgia di acquisti e consumi. Sempre più incapaci di relazioni autentiche, anziché incrociare sguardi, condividere passioni, nutrirci di utopie e incamminarci su sentieri che conducono verso l’altro, cerchiamo invano la felicità nei pacchetti incartati di ipocrisia e deposti sotto magari finti alberelli che occupano spazio, ma non pulsano vita.

Cari Miriam e Joséf, perdonateci se vi abbiamo ridotto a innocue statuine del presepe, non chiedo miracoli, aiutateci almeno a riconoscervi nei volti di Aina, Walasma, Dakarai, Keita, Nyashia, che osano interpellarci bussando alle nostre porte, in modo che i nostri cuori di ghiaccio si sciolgano e riportino in superficie quella passione d’amore che pure è nascosta in qualche angolo recondito.

E finalmente il nostro tornerà ad essere anche il vostro natale.☺

 

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