Pentiti d’essersi pentiti
20 Settembre 2019
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Pentiti d’essersi pentiti

Il fenomeno e la stagione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia, dopo l’iniziale euforica adesione, negli ultimi tempi, sta conoscendo una stagione sfavorevole. Sono diminuiti, drasticamente, coloro che scelgono di schierarsi dalla parte dello Stato e della legalità risorgendo dal mondo della morte, del sopruso, dell’illegalità e dell’ omertà. Chi ha fatto e fa questa scelta è consapevole di mettere la sua vita e quella dei congiunti nelle mani “protettive” dello Stato. Vita significa incolumità fisica, precarietà economica, limitazione della libertà, difficoltà di esercitare i propri diritti di semplice cittadino, mortificazione a dover mentire continuamente per conservare il proprio anonimato e tanto altro. Quindi il proprio avvenire, quello dei figli, dei nipoti e dei congiunti tutti. Risulta essere un grande atto di abbandono e di fiducia e, soprattutto, di coraggio!

Alcuni dati statistici ci rivelano che, mentre la mafia siciliana, la camorra napoletana, la sacra corona unita pugliese hanno annoverato tanti collaboratori e testimoni di giustizia negli elenchi di coloro che hanno fatto questa scelta, la ndrangheta calabrese è da sempre stata più avara e “stitica” nel produrre altrettanto entusiasmo e scelte di abbandono della malavita in favore dello Stato. Appare essere più ermeticamente chiusa in se stessa benché abbia disegnato una geografia di presenza quasi mondiale e di ramificazione capillare in ogni tessuto sociale. Sembra quasi che questa denominazione associativa sia più coriacea, imbavagliata, secretata, resistente e renitente verso la transizione dall’illegalità al rispetto della legge, delle regole, della trasparenza e del bene comune raggiunto con fatica e non con l’estorsione.

Purtroppo il fenomeno che alcuni chiamano “pentitismo” si sta rarefacendo benché valga sempre la pena ricordare che allo stato attuale, familiari compresi, in tutta Italia siano circa seimila coloro che sono sottoposti al regime di protezione. Ma di che protezione si parla? Proprio qui sorgono i problemi e si aprono profonde voragini quasi incolmabili. I contratti che si stipulano tra la parte aderente al programma e lo Stato, da ambo le parti, molte volte, vengono disattesi. Diversi, tra i collaboratori e testimoni di giustizia, dichiarano che quasi per forza occorre uscire dalle regole imposte dai programmi perché la vita, benché libera dalle sbarre di un carcere, appare ugualmente imprigionata negli schemi, nella pastoie burocratiche, nella limitazione di libertà, operatività e movimento. Sembra vivere una sorta di “ergastolo bianco”. D’altra parte lo Stato stesso non tiene fede agli impegni assunti di protezione, vigilanza ed accompagnamento di queste persone. I delitti che di tanto in tanto risaltano alla cronaca nazionale conducono, tristemente, verso questa tesi: familiari di collaboratori e testimoni di giustizia vengono aggrediti, assassinati per vendetta trasversale, anche dopo tanti anni. La vendetta non va mai in prescrizione, è sempre valida e viene eseguita con precisione chirurgica ovunque e comunque. Vedasi il caso dell’omicidio di Marcello Bruzzese, a Pesaro, Natale 2018, fratello di un collaboratore di giustizia, assassinato dopo circa quindici anni dall’inizio della collaborazione.

Le azioni omicide, prodotte dalle cosche malavitose, vengono segnate sul calendario in giorni particolari e significativi come il Natale, un compleanno, una ricorrenza così che ogni anniversario riemerga il dolore e s’inquini, indelebilmente, una data, una ricorrenza. Questo nel linguaggio dei mandatari e degli esecutori è un messaggio criptato ma eloquente. Anche così essi possono manifestare la loro supremazia e apparire come coloro che insegnano. Una pistola che spara, un sicario che fugge, un mandante che paga per uccidere, non sono azioni e scelte che possono salire in cattedra ed insegnare lo stile di vita. Ma accade. È accaduto. E, speriamo, non accada mai più!

Coloro che hanno aderito ad una scelta di trasparenza e legalità non debbono mai avere occasioni per pentirsi di una scelta coraggiosa, controcorrente per arginare il crimine e il sopruso. Ma se continua ad allungarsi l’anagrafe dei morti per vendetta, i collaboratori e i testimoni di giustizia si rarefaranno, si dissolveranno come nebbia al sole. A questo si aggiunga un’ulteriore realtà: le posizioni apicali, ammiccando, offrono lusinghieramente, a collaboratori e pentiti, laute ricompense pecuniarie per farli ritornare sui propri passi e sulle proprie decisioni, ritrattando ogni cosa, trincerandosi dietro il silenzio omertoso; tentano di corromperli per farli ritrattare. Talvolta, e non è sporadico che accada, c’è anche il fenomeno di quelle famiglie che, non essendo transitate unanimemente verso la legalità, minacciano di morte i loro stessi congiunti collaborativi.

Tutto questo rende fecondo il terreno che favorisce il pentimento d’essersi pentiti. In questo modo lo Stato perde preziose collaborazioni per giungere alla soluzione di casi delittuosi, estorsioni, turbative d’asta, inquinamento, traffici illeciti. Per questo motivo occorre non scoraggiare, aiutare, sostenere, supportare, ma in modo adeguato e coerente, i collaboratori e testimoni di giustizia.

Questa stanchezza collaborativa è una malattia da curare per evitare emorragie inutili e scongiurare un collasso dell’istituto della collaborazione. Molti si autodefiniscono “morti che camminano” perché cacciati per essere predati, inseguiti per essere abbattuti, spiati per essere esclusi. Lo Stato, nelle mani del quale hanno riposto fiducia, deve adeguarsi e mettersi al passo con i tempi tecnologici, deve essere più tempestivo, meno burocratico, più rassicurante, più protettivo. Deve dare risposte ai vari focolai, agli omicidi, ai fatti delittuosi e delinquenziali che accadono sotto gli occhi di tutti e che la cronaca quasi quotidianamente è costretta a registrare. Come le cosche malavitose “marcano” il terreno con i loro omicidi, agguati, ritorsioni, traffici, infiltrazioni politiche, inciuci, scambi di voto e altro, così lo Stato, con altrettanta solerzia, pertinenza e decisione deve impedire, ostruire, abbattere, anticipare, sostenere e proteggere i collaboratori e i testimoni di giustizia perché non si pentano delle scelte fatte ma le riconfermino e collaborino per restituire la società alla trasparenza, alla legalità, al bene comune e non al profitto avvelenato e malato di una sola cupola, comunque essa si chiami.☺

 

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