Per dire “no”
Il tema della separazione delle carriere è un po’ come il fantasma del Natale passato di dickensiana memoria: si ripresenta ciclicamente nel dibattito parlamentare della seconda Repubblica, ogni qualvolta ci sono le destre al governo.
I riferimenti culturali della storia recente, a cui si ispira, sono essenzialmente due: il piano di rinascita democratica della loggia massonica Propaganda 2 e Silvio Berlusconi, giusto per citare i più autorevoli. Nel 2022, la separazione delle carriere e la riforma dell’organizzazione della magistratura entrano nel programma di governo meloniano. Il dibattito, più che su argomentazioni di alta giurisprudenza, si fonda essenzialmente su due sospetti: l’appartenenza dei magistrati ad un unico ordine come possibilità di commistione amicale tra giudici e p.m. ed il fatto che il libero passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante possa comportare la presenza sugli scranni di un giudice con la forma mentis del p.m. e quindi con la tendenza alle condanne facili.
Non a caso, all’interno dei comitati del ‘Sì’ circola una vignetta che rappresenta due squadre di calcio, quella dei p.m. e quella degli imputati, nei quali un componente della squadra degli imputati, riferendosi all’arbitro-giudice, recita la seguente battuta: “Noi abbiamo portato il pallone, loro hanno portato l’arbitro”. Al di là della povertà culturale di rappresentare come una partita di calcio il processo penale, che dovrebbe rappresentare il momento solenne dell’accertamento della verità di un fatto-reato, l’esempio non è calzante per due fondamentali ragioni, che affondano la loro sostenibilità direttamente nella nostra Costituzione antifascista: innanzitutto la funzione del pubblico ministero all’interno del nostro sistema giudiziario non è quella di incarnare l’avvocato dell’accusa, ma quella di applicare la legge penale; inoltre, il processo penale non è una partita che si può organizzare a piacimento, perché la nostra Carta costituzionale contiene un principio sacrosanto, ossia quello dell’obbligatorietà dell’azione penale ( art.112 Cost), che consente di assicurare che la legge penale sia applicata a tutti e per tutti i cittadini in condizione di uguaglianza, garantendo l’ indipendenza del p.m. dalle influenze politiche.
Il fatto che la riforma Nordio voglia colpire al cuore l’indipendenza del potere giudiziario si ricava inoltre da due dati di contesto: attualmente nel primo grado di giudizio le sentenze di assoluzione sono circa il 50% del totale – dato che esclude ogni possibilità di influenza tra giudici e p.m. – e la circostanza che negli ultimi cinque anni, secondo i dati riportati dalla prima Presidente della Corte di Cassazione, dott.ssa Cassano, la percentuale dei p.m. che sono passati alla funzione giudicante è pari all’0.83%, mentre lo 0,21% è la percentuale dei giudici passati alle funzioni requirenti.
Non solo: la riforma non è stata minimamente discussa in Parlamento, oltre che votata con una maggioranza non qualificata. Il referendum, che, salvo interventi della magistratura amministrativa si prospetta per i prossimi 22 e 23 marzo, rappresenta un unicum nella storia repubblicana: per la prima volta nella prassi del nostro Stato non viene rispettato il termine di 90 giorni entro i quali è anche possibile promuovere il referendum su iniziativa popolare, segno che il Governo vuole limitare, se non strozzare del tutto, il dibattito sul territorio.
La riforma, in sostanza, non mira a tutelare il cittadino ma tende ad intervenire sull’equilibrio dei poteri dello Stato sul quale si fonda la nostra Costituzione antifascista, prevedendo anche lo sdoppiamento del CSM per mitosi in due distinti organi di autogoverno, oltretutto eletti a sorteggio. L’obiettivo finale è quello di rendere il potere giudiziario soggetto all’esecutivo ed alle contingenze dell’opinione pubblica (il caso dei migranti in Albania in questo senso è illuminante), indebolendolo. Il rischio è che si voglia di fatto sopprimere il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che è garanzia del diritto di uguaglianza dei cittadini, che siano essi imputati o vittime di un reato, a beneficio dei potenti e degli amici di turno.☺
