Percorso di scrittura
13 Marzo 2026
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Percorso di scrittura

C’è un viaggio che parte dal Castello Monforte, all’alba di un giorno di primavera. Una mongolfiera attende i bambini della 5D per condurli nelle Terre della Fantasia. Con loro c’è Luana Astore. C’è una regola da rispettare: nulla può essere portato via dalle terre visitate. C’è un equipaggio. C’è il rischio. C’è il coraggio.
Ma prima ancora della mongolfiera, prima delle Terre, prima di Omero e delle Muse, c’è stato un grande foglio A3 posato al centro dell’aula. Su quel foglio i bambini hanno scritto tutto ciò che in cinque anni aveva lasciato un segno: Creature fantastiche, Piccolo Principe, Perdono, Fantasia, Italo Calvino, Sogni, Liliana Segre, Autismo, G.G. Feltrinelli, Omero, Le Muse, Monet, Nelson Mandela, Ulisse, Dottor Zarrilli, Gianni Rodari, Giuseppe Pitrè, san Francesco, Ugo Foà, Bullismo, Classe, Acchiappasogni, Luana Astore, Lentezza, i bambini di San Giuliano di Puglia, Van Gogh.
Non erano parole da inserire in un compito. Erano esperienze. Erano memoria. Erano ferite e scoperte. Erano arte, Shoah, perdono, inclusione, fantasia, impegno civile. Quel foglio è diventato la mappa del viaggio.
Accanto a quella mappa, per cinque anni, sulla cattedra, è rimasto un barattolo con una scritta precisa: Nulla dies sine linea. Non era un ornamento. Era un impegno educativo. Molto frequentemente i bambini pescavano una traccia e scrivevano. Anche poche righe. Anche solo un’idea. La scrittura non era evento straordinario, ma pratica costante. Allenamento del pensiero. Cura della parola.
Quando è arrivato il momento di costruire il racconto, le carte di Propp hanno dato struttura: l’eroe, l’antagonista, la prova, il sacrificio, l’aiutante, il dono finale. Ma l’anima della storia era già pronta: stava in quelle parole scritte sull’A3, stava nell’abitudine alla scrittura, stava nella capacità di discutere e scegliere insieme.
È così che nasce l’ODISSEA.
La Terra delle Muse, dove donne costrette al silenzio vengono liberate grazie al sacrificio di Marco. Omero, accecato dall’ira, che insegue l’equipaggio come un moderno antagonista epico. La Terra dell’Arte, con i papaveri e la famiglia dei mangiatori di patate illuminata da una luce fioca, con la deportazione degli artisti, il campo di concentramento, i bambini con il pigiama a righe e la stella gialla, l’odore di bruciato, la disumanizzazione. Giuseppe che si immedesima fino a diventare parte di quella realtà. “Guernica” che apre gli occhi delle guardie. Liliana Segre, Ugo Foà, Anna Frank liberati. Carmela che si sacrifica.
Poi la Terra del Nulla dies sine linea: nuvole piene di lettere, case a forma di libro, penne lasciate da oche e pavoni. Italo Calvino, Giuseppe Pitrè, Gianni Rodari, Bruno Tognolini. La casa a forma di macchina da scrivere con il nome di Gian Giacomo Feltrinelli. Gli scrittori in fila per pubblicare. La bomba, gli scudi, il sacrificio di Nathan.
E ancora: la Terra che trema. Le macerie. La scuola distrutta. I tre compagni che stanno annegando, i polmoni che si riempiono d’acqua. Le 27 figure bianche che si alzano in volo e dissolvono la nebbia. San Giuliano che torna in vita. Un solo desiderio condiviso da tutti sull’intera mongolfiera.
Infine l’Isola del Perdono. Omero che sacrifica il suo tesoro, i suoi manoscritti sulla guerra di Troia e sul viaggio di Ulisse, per salvare un bambino. Le sue storie che diventano cenere. San Francesco che osserva. Il perdono che si compie non con le parole, ma con un gesto.
Tutto questo non è frutto di un autore singolo. È frutto di una comunità narrante.
Qui il richiamo a don Lorenzo Milani diventa essenziale. Per don Milani la parola era strumento di giustizia, di emancipazione, di cittadinanza. Scrivere insieme significa im- parare la democrazia. Significa capire che la lingua non è solo grammatica, ma responsabilità. Che la parola può denunciare, ricordare, liberare, ricostruire. Che può far rivivere una terra distrutta, può sciogliere un’ ingiustizia, può insegnare il perdono.
La scrittura collettiva ha insegnato ai bambini ad ascoltarsi, a mediare, a rinunciare a qualcosa di proprio per costruire qualcosa di comune. Ha insegnato che ogni sacrificio narrativo ha un senso, che ogni prova trasforma i personaggi – e anche chi scrive.
L’acrostico finale lo dice chiaramente:
Oltre ogni fantasia si è spinto il nostro viaggio
Diverse terre abbiamo visitato con il nostro equipaggio
Inaspettate avventure si sono presentate e
Sogni comuni si sono realizzati dando
Seconde e uniche possibilità che hanno suscitato
Emozioni che tutti rivivranno
Attraverso il potere della narrazione
Quel “nostro” è la chiave di tutto.
La mongolfiera non vola per magia. Vola perché sostenuta da parole costruite insieme. Vola perché per cinque anni un barattolo sulla cattedra ha ricordato che nessun giorno deve passare senza una linea scritta. Vola perché un foglio A3 ha trasformato esperienze in mappa e valori in racconto.
E alla fine, ciò che resta non è solo una storia o un’avventura fantastica. Resta una classe che ha imparato che la parola condivisa è forza, memoria, responsabilità.
Come avrebbe detto don Milani, dare la parola ai ragazzi significa dare loro il mondo.
E questa Odissea lo dimostra.☺
*Insegnante della Classe 5^D – Scuola Primaria “Leopoldo Montini” Campobasso

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