Poveri e senza tetto: quale dignità?
Termoli, chiesa di Sant’ Antonio in piazza Monsignor Santoro, ore 11:30, c’è gente che si raduna e aspetta: sono disoccupati, senza tetto, migranti, poveri. Vicino c’è la Mensa Caritas, loro chiedono il pasto giornaliero, a volte controllati dalle forze dell’ordine, non tutti sono ben visti, chi li vede si lamenta, altri cercano di aiutarli e gridano “Bisogna dare dignità”. Nello stesso stabile della Mensa Caritas c’è il centro di ascolto, c’è anche un piccolo servizio sanitario e altro… tutto controllato dal Vescovo e dai suoi collaboratori. Di fronte ai servizi Caritas diocesani ci sono i servizi sociali del comune, ma di questi neppure i poveri parlano. Così mi sono ritrovato ad essere interpellato sul come aiutare senza ledere la dignità di chi ha bisogno.
Ridare dignità ai poveri, ai senza tetto: un’affermazione che suona bene come slogan, ma in pratica come si traduce in progetti? Non bastano interventi superficiali e irrealizzabili. Il “come” calarli nella realtà si misura con i fondi, con gli spazi, con il coraggio di scegliere strutture diffuse – non ghetti. Dunque incontro, non gestione delle persone; disponibilità all’ascolto e indisponibilità alla sola schedatura, così come a una commissione giudicante o a una tessera.
In condizioni di estrema precarietà e sofferenza è necessario accogliere, non esprimere giudizi, né burocratizzare il disagio. Non si può trasformare l’aiuto in procedure o liste d’attesa: non basta il pane, non basta la mensa. A questo proposito, riporto alcune considerazioni fatte su un tipo di rapporto con chi chiede di mangiare alla Mensa Caritas: l’umiliazione fa più male della fame. Il cibo non si nega a nessuno. Oggi invece si scheda e una commissione decide se dare da mangiare: le giustificazioni per il rifiuto sono spesso del tipo “non è del posto”, “l’ISEE è troppo alto”, “crea problemi”.
Eppure la Parola di Dio parla di amore e accoglienza: “avevo fame e mi avete dato da mangiare”; “dà a chi ti chiede”; “ogni volta che avete dato da mangiare a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”; “ecco, sto alla porta e busso: se qualcuno mi apre, io entrerò e cenerò con lui”.
Mensa dei poveri? No: è mensa di uomini e donne che hanno fame. Emarginati? No: sono fratelli e sorelle, con un nome e un volto. La mensa non è soltanto una minestra calda: è un luogo dove si viene chiamati per nome, accolti con un sorriso. La Mensa Caritas, prima ancora del cibo, deve restituire dignità, condividere il pane e scambiare due parole con chi chiede di mangiare. La carità non è elemosina: è giustizia. La mensa non è un favore fatto ai poveri, è crescita umana per chi serve, è poter dire a tutti “tu conti”, semplicemente perché esisti.
Non ci si può limitare a rispondere all’emergenza. La Chiesa non può fermarsi al dormitorio o alla mensa: deve aprire la porta di casa. Non possiamo sostituirci allo Stato, e nemmeno alla Chiesa nel suo insieme, ma possiamo condurre battaglie coraggiose, evitando che l’aiuto si trasformi in controllo. Per uscire dalla marginalità occorre educare, assistere, garantire cure, lavoro, casa, e mettere in discussione gli spazi oggi esistenti. Il dormitorio, l’ospitalità della Misericordia: sì, ma l’esperienza più umana e proficua resta l’accoglienza in casa, ispirata al modello Housing First – una metodologia di intervento con le persone senza dimora che riconosce come punto di partenza per ogni percorso di recupero il diritto alla casa, all’abitare e alla libertà di scelta della persona. Questo modello, a Termoli, è stato reso possibile dalla Città Invisibile e, negli ultimi tre anni, circa venti persone hanno beneficiato dell’accoglienza in appartamento, in case condivise da quattro persone ciascuna. Le cose non sono semplici, ma nella maggior parte dei casi gli inquilini hanno avuto una reale occasione per migliorare le proprie condizioni di vita; alcuni di loro, dopo l’esperienza nel progetto, sono riusciti a trovare una casa in piena autonomia. Credo però che un elemento decisivo resti la chiarezza e la trasparenza, da parte delle istituzioni sociali e caritative, sul piano economico: sapere con precisione quali siano le entrate e le uscite destinate a questo aiuto.
Solo così potremo contrastare, per quanto riguarda i poveri e i migranti, il ricorso continuo all’elemosina, il rifugio nell’alcol, il dormire per strada, il disagio di chi li disprezza, la preoccupazione di doverli ricondurre alla Caritas di provenienza o di doverli rimpatriare.
Elemento fondamentale – pur nella consapevolezza che si tratta solo di una soluzione parziale – è che a queste persone venga offerto un lavoro dignitoso, che le metta in condizione di essere autonome e di superare, con dignità, la soglia della povertà e del bisogno.
Solo in questo modo potremo ottenere un ulteriore, prezioso risultato: che queste persone rimangano tra noi, diventando cittadini italiani a tutti gli effetti.☺
