Prima che la polvere ritorni alla terra
18 Novembre 2017
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Prima che la polvere ritorni alla terra

“Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi… e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità” (Qo 12,1.7-8).

Il libro del Qoèlet (nome che viene dall’ebraico qāhāl, “assemblea”, e che vuol dire “colui che parla all’assemblea”, il “predicatore”), detto anche Ecclesiaste (nella Bibbia greca), appartiene alla letteratura sapienziale e si presenta come un esempio di dialogo fra la civiltà ebraica e quella ellenistica. La terza persona singolare, che di solito spetta al commentatore nel Primo Testamento, viene sostituita da una nuova istanza di percezione, cioè dall’“io” dell’autore – “mi sono proposto”, “ho visto”, “ho notato”, “ho trovato”, ecc. – che mostra anche il tentativo di una revisione critica delle cosiddette spiegazioni tradizionali, soffermandosi ampiamente a confrontare la teoria con la prassi.

Nel libro, scritto in un ebraico tardivo, pieno di aramaismi, dove appaiono anche due parole persiane, come pardes (“paradiso”) e pitgam (“decreto”, “sentenza”), si affronta la questione del senso della vita. Se la morte arriva per tutti, indistintamente, per il ricco come per il povero, per il saggio come per lo stolto, per l’uomo come per l’animale, ed è una sorta di “livella” che fa scomparire ogni diversità e vanifica il profitto per il quale ci si è spesi durante la vita, perché allora affaticarsi tanto “sotto il sole”? Non esistono guadagni duraturi e tutto è vanità (in ebraico heḇel, propriamente “vapore”, da cui il nome di Abele, fratello di Caino). Il libro, quindi, è imbastito sul leitmotiv del carattere effimero delle cose e dell’esistenza umana (cf. Qo 1,2 e 12,8). L’autore, inoltre, mette in crisi la teoria della retribuzione, già incrinata dall’esperienza di Giobbe: qualsiasi vantaggio una persona possa avere, a motivo della sua rettitudine, saggezza o ricchezza, è sempre un vantaggio temporaneo. Dio, infatti, ha messo dentro ciascuno di noi l’‘olam, cioè un desiderio di eternità che trascende i limiti del tempo. Ogni essere umano anela dunque a qualcosa che le cose non potranno mai offrire.

Qoèlet non disprezza la ricerca della sapienza, ma si oppone al fatto di porre la realizzazione umana come obiettivo esclusivo della vita. Egli sprona tutti a trovare piacere in quello che si fa, consiglia cioè di gustare le gioie modeste che la vita offre. Ciò che resta all’homo faber, così insoddisfatto dalla ricerca del profitto che viene da ogni azione produttiva, compresa l’attività intellettuale, è gioire della creazione di Dio. La gioia, infatti, è per l’autore l’unico valore che si trova fuori dalla logica del profitto. Si apre così al lettore la via della gratuità e della gratitudine.

La sola via di serenità per l’uomo consiste nel comprendere il suo giusto posto dinanzi a Dio, o meglio riconoscere a Dio soltanto la conoscenza di ogni cosa, a lui che dà il soffio vitale (la ruaḥ) e lo riprende. “La giovinezza e i capelli neri sono un soffio (heḇel)” (Qo 11,10), ma durante il tempo di questo soffio occorre aprirsi alla verità della signoria divina. Se l’uomo, infatti, si sostituisce a Dio tutto è naufragio. Come la storia del nostro Mediterraneo insegna.

Quando si trasmette ai propri figli il distacco dalle cose materiali che non soddisfano il cuore, si mostra l’insufficienza del pensiero umano che insegue visioni spesso asfittiche e s’insegna a porsi le domande significative per le quali non esistono risposte preconfezionate, lì si apre a una rivelazione più alta e nella storia si avvia quel sapiente movimento di trasformazione/conversione che spinge ciascuno a scendere dal piedistallo dei propri giudizi e pregiudizi irrevocabili per dare il posto a Colui che solo tutto conosce e tutto governa con sapienza.

 

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