Radici e algoritmi
di Andrea Barsotti
Camminando in campagna, in questo periodo dell’anno, si percepisce la forza della natura che torna a vivere. Il grano verde ondeggia nei campi come il mare, i fiori colorano i prati, gli alberi mostrano le gemme nutrite dall’humus generato in inverno dalla caduta delle loro foglie. Nulla si perde, nulla diventa scarto. Ogni elemento compie il proprio ciclo e ritorna trasformato nel grande meccanismo della vita.
Per millenni l’homo sapiens ha vissuto in armonia con questa logica. Non per coscienza ecologica, ma per necessità, buon senso e rispetto istintivo delle risorse. Era un’economia circolare inconsapevole, ma perfettamente coerente. Poi è arrivata la rivoluzione industriale e con essa un modello opposto: estrarre, produrre, consumare, gettare. Un sistema lineare che conduce la materia prima fino alla discarica. Il problema non è che l’umanità sia diventata più stupida; è che ha smesso di considerare la natura come maestra.
Da qui nasce una frattura profonda: l’illusione che le risorse siano infinite, che lo smaltimento non abbia costi, che il “dopo” non ci riguardi. Le generazioni attuali sono cresciute pensando che un telefono debba essere sostituito ogni due anni, che sia più semplice affidare i quesiti all’IA, che una bottiglia di plastica sia inevitabilmente “monouso”, che riparare un elettrodomestico sia meno conveniente che comprarne uno nuovo. Eppure i numeri parlano chiaro: secondo le stime più recenti, l’economia globale è circolare solo per il 7% circa; il restante 93% dei materiali impiegati viene bruciato, interrato o disperso negli ecosistemi.
Lo stesso paradigma lineare rischia oggi di ripetersi anche nel rapporto con la tecnologia. Sviluppiamo strumenti sempre più potenti inseguendo velocità, efficienza e profitto, spesso senza chiederci quali conseguenze produrranno nel lungo periodo, né chi ne deterrà realmente il controllo.
Nel libro Le simmetrie nascoste, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi riporta, nelle pagine finali, il testo allegato al terzo World Meeting on Human Fraternity, svoltosi in Vaticano il 12 settembre 2025. Un appello consegnato al cardinale Mauro Gambetti e destinato a papa Leone XIV, firmato da alcuni dei più autorevoli studiosi di intelligenza artificiale: Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio, Stuart Russell, Max Tegmark e Abeba Birhane. Il documento, intitolato Fraternità nell’era dell’IA, è forse uno dei richiami più autorevoli sulla necessità di governare l’intelligenza artificiale e non è casuale che sia stato presentato in Vaticano: il peso morale della Santa Sede è stato scelto come cassa di risonanza di un messaggio rivolto all’intera umanità.
Non voglio riportarne qui il contenuto, facilmente recuperabile; basta dire che mette in luce i rischi e i princìpi che dovremmo difendere di fronte alle nuove tecnologie intelligenti. Colpisce che siano proprio i “padri” dell’IA, coloro che ne hanno reso possibile lo sviluppo, a lanciare l’allarme più forte.
In realtà, Isaac Asimov aveva intuito tutto questo già settantacinque anni prima. Non in un trattato scientifico, ma nel racconto Run around, pubblicato nel 1942, dove comparvero per la prima volta le celebri “tre Leggi della Robotica”. Il parallelismo con l’appello vaticano è sorprendente. Dove Asimov scriveva che “un robot non può recare danno a un essere umano”, oggi gli scienziati affermano che “l’IA non deve essere sviluppata o utilizzata in modi che minaccino la vita e la dignità umana”. Dove lo scrittore immaginava macchine subordinate all’uomo, i ricercatori contemporanei chiedono che l’intelligenza artificiale resti sotto controllo umano.
Le richieste sono rimaste le stesse, ma il progresso tecnologico ha reso la posta infinitamente più alta. I robot di Asimov erano prevedibili e obbedienti, ma soprattutto confinati alla narrativa; l’IA di oggi apprende, si adatta, sorprende persino i suoi creatori ed è reale. Non bastano più semplici leggi: servono responsabilità, regole condivise, governance globale.
I sistemi contemporanei non sono semplici macchine: apprendono da miliardi di dati, sviluppano capacità inattese e operano in contesti che nessun progettista può prevedere del tutto. Per questo richiedono non solo innovazione, ma anche visione etica e politica.
I rischi dell’intelligenza artificiale si manifestano su più livelli. Il primo riguarda il lavoro. Ogni rivoluzione tecnologica ha trasformato l’economia, ma questa volta l’impatto sarà trasversale: professioni intellettuali, attività manageriali, progettazione, servizi. Molti mestieri verranno profondamente modificati o scompariranno. La sfida sarà governare il cambiamento garantendo non solo il benessere economico ma anche l’equilibrio sociale e la dignità umana.
Il secondo livello riguarda la concentrazione del potere. I sistemi più avanzati richiedono investimenti enormi e solo poche grandi aziende, quasi tutte americane con l’eccezione di alcuni colossi cinesi, possono svilupparli. Questo crea uno squilibrio senza precedenti: chi controlla i modelli più potenti controlla infrastrutture cognitive globali. Il rischio, come sottolineato nell’ appello vaticano, è che l’IA diventi uno strumento di dominio economico e persino di devastazione ecologica.
Il terzo livello, il più inquietante, riguarda la superintelligenza: un’intelligenza artificiale capace di superare l’uomo in tutti gli ambiti cognitivi rilevanti. Non più fantascienza, ma un’ipotesi considerata plausibile da molti ricercatori; un’ entità con capacità superiori alle nostre e obiettivi non necessariamente allineati al bene umano sarebbe, per definizione, fuori dal nostro controllo.
Esiste infine il rischio militare, forse il più immediato. Le armi autonome, sistemi capaci di identificare e colpire bersagli senza intervento umano, stanno diventando realtà. La loro relativa economicità potrebbe renderle accessibili non solo agli Stati, ma anche ad attori privati o criminali. Per questo alcuni studiosi le definiscono già “i kalashnikov del XXI secolo”. E così il cerchio si chiude.
Esiste un filo sottile ma resistente che collega la foglia che diventa humus all’appello consegnato al Papa nel settembre 2025; è il filo della responsabilità: la consapevolezza che ogni azione produce conseguenze, che ogni sistema ha un costo, che nulla, né una foglia né un dato digitale, scompare davvero nel nulla. L’economia circolare ci insegna che i sistemi chiusi richiedono cura e manutenzione, che lo spreco non è inevitabile ma una scelta, che possiamo progettare modelli produttivi capaci di imitare i cicli naturali invece di distruggerli. L’appello degli scienziati ci ricorda che lo stesso principio vale anche per la tecnologia.
Davanti ai partecipanti del World Meeting on Human Fraternity, papa Leone XIV ha invitato a costruire “alleanze dell’umano” fondate sulla cura, sul dono e sulla fiducia. Sono parole antiche, ma oggi straordinariamente attuali. La risposta non può arrivare soltanto dai tecnici, né solo dai teologi o dai politici: deve nascere da una conversazione globale, inclusiva e urgente, capace di rimettere al centro la domanda più antica di tutte: che cosa vogliamo diventare, come specie, su questo pianeta?
Asimov l’aveva compresa, i firmatari dell’appello anche. Sta a noi decidere come rispondere prima che sia troppo tardi. Il meeting in Vaticano si è chiuso con parole che riassumono bene la sfida del nostro tempo: “Il vero progresso non è correre più veloce delle macchine, ma custodire ciò che ci rende umani: dignità, libertà, capacità di amare e servire gli altri”.☺
