Instabilità climatica
di Andrea Barsotti
Alla COP30, svoltasi a Belém, in Brasile, era presente la quasi totalità delle delegazioni ufficiali aderenti. Assenti gli Stati Uniti, l’Afghanistan, il Myanmar e San Marino. I Paesi partecipanti sono le Parti, ovvero gli Stati firmatari della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC): circa 200.
Le relazioni finali, firmate e approvate all’unanimità, testimoniano una diffusa presa di coscienza del riscaldamento globale. Tuttavia, anche quest’anno, il documento conclusivo non ha soddisfatto le aspettative iniziali. La diplomazia ha finito per oscurare i provvedimenti urgenti e realmente incisivi che avrebbero dovuto essere sanciti: impegni economici concreti a sostegno dei Paesi maggiormente colpiti dagli effetti ormai tangibili della crisi climatica e scadenze certe per l’abbandono delle fonti fossili.
Per esempio, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica in Italia, i dati TERNA 2024 indicano una quota di circa il 50% proveniente da fonti fossili, il 41% da rinnovabili e la restante parte da importazioni. Numeri che segnalano progressi importanti verso la transizione verde, se si considera che all’inizio del secolo la produzione da fonti fossili rappresentava circa il 92% del totale. A livello globale, la produzione di energia si distribuisce ancora prevalentemente su fonti fossili: circa 80-82%; rinnovabili: circa 14-15%; nucleare: circa 4-5%; altre fonti: meno dell’1%.
I dati più recenti continuano a delineare uno scenario preoccupante. I modelli climatici combinano le emissioni di CO₂, metano e altri gas serra con fattori quali deforestazione, urbanizzazione e cambiamenti nell’uso del suolo. Se le politiche attuali resteranno invariate, la temperatura media globale è destinata ad aumentare, con una proiezione al 2100 compresa tra 2,7 e 3,2 °C. Si tratta di un valore ben superiore all’obiettivo di +1,5 °C, considerato dalla comunità scientifica il limite massimo per evitare effetti catastrofici su ecosistemi, economie e società. Gli scienziati sottolineano come la differenza tra +1,5 °C e +3 °C non sia lineare: ogni decimo di grado in più amplifica gli eventi estremi, accelera l’innalzamento del livello del mare e altera i cicli idrologici. In termini concreti, se +1,5 °C potrebbe ancora consentire di preservare gran parte degli ecosistemi terrestri, +3 °C significherebbe estati mediamente più calde, ondate di calore mortali più frequenti e perdite significative di biodiversità, soprattutto nelle aree tropicali e alpine. Basta osservare la quotidianità delle previsioni meteorologiche per cogliere il cambiamento in atto: in Italia, nelle nostre regioni, le temperature sono sistematicamente superiori alle medie stagionali, talvolta anche di 8 °C.
Eppure molti Paesi continuano a pianificare nuovi impianti a carbone o a gas, diluendo l’efficacia degli impegni di neutralità climatica. L’Italia, a livello governativo, si propone come hub del gas, mentre sul territorio si continua spesso a fare finta che nulla stia accadendo. Le inondazioni nei centri abitati vengono attribuite a reti fognarie inadeguate o a tombini ostruiti; gli allagamenti nelle aree rurali alla mancata manutenzione degli alvei fluviali. La realtà è diversa: oggi assistiamo a vere e proprie bombe d’acqua, generate dall’alterazione delle temperature del pianeta.
Anche nei contesti urbani la politica appare miope: si installano cassonetti indifferenziati che scoraggiano la raccolta differenziata; si ignorano le proposte di costituzione di comunità energetiche; si destinano fondi pubblici a opere di scarso utilizzo; si propongono impianti ad alto impatto inquinante nei centri abitati, come i forni crematori. Si procede come se quanto affermato e previsto dagli scienziati di tutto il mondo non ci riguardasse, privilegiando interessi particolari a scapito di quelli collettivi.
Se la prevenzione è carente, non va meglio sul fronte della mitigazione: i fondi destinati al sostegno dei Paesi più vulnerabili restano ampiamente al di sotto delle stime necessarie, rallentando interventi cruciali in ambiti come agricoltura, infrastrutture e protezione costiera.
Le proiezioni indicano inoltre che alcune regioni saranno colpite più duramente di altre. Il Mediterraneo, ad esempio, dovrà affrontare ondate di calore più intense e prolungate, con un aumento del rischio di incendi e siccità. Le grandi città africane e asiatiche subiranno forti stress idrici e alimentari, mentre i piccoli Stati insulari rischiano di perdere vaste porzioni del proprio territorio a causa dell’innalzamento del livello del mare.
La comunità internazionale conosce ormai le misure necessarie, ma la loro attuazione resta frammentata e le dichiarazioni d’intenti non trovano riscontro nelle programmazioni istituzionali. Il futuro climatico dipenderà quindi sempre più dall’azione concreta dei singoli governi e del settore privato: senza interventi immediati e coerenti, +3 °C non sarà più un avvertimento, ma la nuova realtà del pianeta.
Uno dei fenomeni più evidenti legati al cambiamento climatico è infatti l’ innalzamento del livello dei mari. L’aumento delle temperature provoca la dilatazione termica dell’acqua marina e un maggiore apporto di acqua liquida dovuto alla fusione dei ghiacciai continentali, in particolare in Antartide e Groenlandia. Dal 1880 a oggi il livello del mare è cresciuto di oltre 20 centimetri, con un incremento medio annuo di 1,8 millimetri, salito nel 2018 a 3,3 millimetri. Secondo le stime dell’IPCC, entro la fine del secolo l’ innalzamento potrebbe raggiungere e superare 1 metro.
Cosa significherà per l’Italia? Nel nostro Paese potrebbero essere sommersi circa 5.500 chilometri quadrati di territorio costiero, una superficie paragonabile a quella della Liguria. Le aree più a rischio, secondo le mappature dell’ENEA, includono l’alto Adriatico; la foce del Pescara, in Abruzzo; Lesina e Taranto, in Puglia; ampi tratti di Versilia, Cecina, Follonica e Piombino, in Toscana; la piana di Fondi, nel Lazio; e l’area di Cagliari, in Sardegna. Per Venezia, inoltre, il solo MOSE non sarà più sufficiente a garantire protezione.
La sfida per il futuro passa dalla consapevolezza che, nonostante la lentezza della politica nel riconoscere l’emergenza, la partita non è ancora chiusa. La spinta della società civile e dell’innovazione dimostra che un’inversione di rotta è ancora possibile. La scienza indica chiaramente la direzione: accelerare è una scelta, non un’utopia. Farlo ora significa conservare una speranza concreta per il futuro.☺
