relazionarsi
17 Aprile 2010 Share

relazionarsi

 

 In questi oltre tre anni di durata del progetto “la convivialità delle differenze”, a favore dei detenuti, ho imparato che l’azione profetica nasce e si sviluppa per mezzo della fallibilità, della fragilità, dei limiti, degli errori. Ma soprattutto nel riconoscere gli errori. Solo chi vive questa profonda angoscia del riconoscere le proprie mancanze potrà gustare la consolazione delle persone che lo circondano e di Dio. Nessuno merita nel dolore dei propri errori  di restare da solo. Nel riconoscersi fragili c’è il punto di partenza di una umanità nuova. Questa condizione è la sola che permette di incontrare il volto, di incrociare lo sguardo, di ascoltare la sofferenza dell’altro. Da questo siamo partiti e, a distanza di tempo, questo possiamo offrire, unitamente all’esperienza e competenza umana. Da qui parte l’invito ad accettarla in noi ed in ciascuno perché solo così potremo costruire un nuovo mondo, un mondo più umano.

Con queste parole ho introdotto i lavori del convegno del 13 ottobre 2007 presso l’ente Di Vaira. Il progetto promosso dalle Caritas molisane ha visto il lavoro in rete anche del centro di servizio il “Melograno”, delle associazioni  “dalla parte degli ultimi”, “carità per l’uomo”, faced, della cooperativa “Il noce”, della  Fivol e della fondazione Di Vaira, che è l’ente gestore del progetto. La fiducia, il sostegno e la preghiera di Mons. De Luca e Mons. Valentinetti, il quale ha avviato questo  progetto molto delicato nel 2004, hanno permesso di lavorare insieme ottenendo un piccolo, ma significativo risultato.

Dopo aver formato 40 persone al volontariato penitenziario, di cui sei di fatto attive nelle carceri di Larino, Vasto ed una decina nel gruppo storico del carcere di Campobasso; dopo aver avviato in due carceri gruppi di ascolto (auto-aiuto) stabili con oltre 30 persone seguite, di cui il 50% immigrati; dopo aver accolto 3 detenuti, di cui due migranti; dopo aver avviato le procedure per altri due ingressi; dopo aver avviato e concluso la ricerca su otto carceri dell’Abruzzo e del Molise; dopo aver ristrutturato l’immobile sede finale del programma per gli ex detenuti o ammessi alle misure alternative; insomma, dopo  tante difficoltà interne ed esterne, l’occasione dell’inaugurazione di una comunità o per meglio dire di un cantiere del vivere sociale, è stata motivo di riflessione e di approfondimento.

Durante  questo viaggio, durato oltre tre anni, in compagnia dei rappresentanti delle istituzioni,  degli operatori  volontari, privati e pubblici,  è emersa la necessità, soprattutto, di farci coraggio reciprocamente in questo impegno a favore della persona detenuta per andare “Oltre la paura… per costruire insieme i cantieri del vivere sociale”.

Riporto a casa alcune riflessioni degne di rilievo. Don Gino Rigoldi, presidente dell’associazione “Comunità Nuova”, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, ad esempio, ha sottolineato che la “relazione”, l’unica vera regola della “comunità”,  è una virtù, una scelta ed una disciplina. Solo quando le persone si legano e si relazionano in maniera chiara, pulita, scatta un’alleanza dentro la quale è possibile il cammino della crescita che è caratterizzato da “scatti”; questi ultimi, se inseriti in una metodologia ed una competenza, possono portare a cambiamenti. E’ la qualità degli educatori dentro le strutture della “normalità”, (scuola, sport e famiglia) che fa la qualità della relazione. I giovani sono massacrati e suggestionati da una quantità di immagini impressionanti, e questo ha delle ripercussioni sul loro stile di vita e sulle loro aspettative. Si ha l’impressione che non vi sia più un’idea di futuro, che il clima di speranza sia finito. Per questo motivo Don Gino ha promosso a Milano “l’istituto della relazione” rivolto a professori di scuola media e spera possa essere quel cuore pulsante che oggi manca.

Mi hanno incoraggiato le parole del magistrato di sorveglianza di Pescara, la quale ha sottolineato che solo quando scatta la voglia di cambiamento, all’interno del carcere, il detenuto ammesso alle misure alternative può superare il rischio di recidivanza. A queste hanno fatto seguito le parole semplici ed efficaci del simpatico comandante degli agenti del carcere di Chieti: “il carcere dovrebbe diventare più comunità”.

La giornata ha visto l’impegno silenzioso dei ragazzi della comunità “Il noce” di Termoli e di tutti i volontari che ogni giorno lavorano in silenzio, tollerando la mia fragile umanità, e che hanno permesso un incontro originale che porterà, ne sono certo, frutti insperati.  ☺

adelellis@virgilio.it

 

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