Rothko a firenze
7 Luglio 2026
laFonteTV (4175 articles)
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Rothko a firenze

“È un celebre artista americano, molto apprezzato nelle cerchie di intellettuali newyorkesi degli anni ‘60”, dice la donna in fila dietro di me. Siamo a Palazzo Strozzi a Firenze per la mostra dedicata a Mark Rothko. Il clima è incerto ed il cielo grigio irradia una luce naturale, diffusa e intensa. L’aria densa di umidità lascia presagire la pioggia.
Mark Rothko è lo pseudonimo di Markus Rothkowitz, di origini lèttoni, che userà una volta emigrato negli Stati Uniti dove, dopo gli studi di filosofia, si dedicherà alla pittura sotto la guida di Max Weber.
Mi rendo conto di conoscere sommariamente la sua biografia realizzando, solo in quel momento, quanto questa lacuna penalizzerà la consapevolezza del mio sguardo durante la mostra. Dopo aver attraversato le prime sale dedicate al periodo surrealista, si entra nel vivo: sospesi sulle  pareti  campeggiano i primi lavori iconici degli anni ’40. I celebri dipinti dei grandi campi di colore sovrapposti che hanno reso lo stile di Rothko riconoscibile in tutto il mondo ed una figura centrale dell’espressionismo astratto.
L’impatto estetico è immediato. Inizia il tentativo di decifrare l’esperienza visiva attraverso l’analisi della tecnica pittorica e dei materiali scelti che però rivelano ben poco dell’essenza di quei dipinti. Le enormi campiture di colori, infatti, non raccontano una scena e non rappresentano un soggetto riconoscibile. Non ci sono riferimenti terzi cui appigliarsi nel tentativo di intercettare significati per dare senso alle opere. In termini psicoanalitici Rothko sembra lavorare sul clima emotivo attraverso elementi che precedono la simbolizzazione. 
Sono tele nude di fronte alle quali si è soli. Mentre guardo i quadri mi rendo conto di non provare nulla. Allora osservo con maggiore attenzione, leggo i pannelli a corredo delle opere cercando risposte e spiegazioni: le didascalie che illustrano il periodo storico, la scelta stilistica, l’ambiente culturale. Vi sono anche brevi accenni alla sua vita di cui mi colpiscono diversi aneddoti relativi a commissioni artistiche rimaste incompiute; lavori accettati e successivamente rifiutati; progetti mai portati a termine… sembrano scelte fatte sotto l’egida della rinuncia.
A mano a mano che mi addentro nella mostra gli ambienti cambiano, i colori sulle tele disposte in ordine cronologico diventano più cupi, forti, decisi. Le stanze sempre più buie fino all’ultima, praticamente in penombra, in cui prevalgono sulle tele, inaspettatamente, il rosa, il bianco e l’ indaco. C’è quiete. Le guide artistiche dei gruppi radunati fanno eco a questo aspetto, sottolineando la serenità, la tranquillità e la calma che i colori scelti da Rothko ispirano. Opere in grado di creare atmosfere rarefatte e rilassanti per un pubblico che si aggira nel museo con distratta cautela. Io invece mi sento inquieta. 
Le opere di Rothko non si prestano alla immediata comprensione, chiedono sospensione, cura, attesa. Come accade nell’incontro analitico, hanno bisogno di essere abitate. Inizio cosi a spostare l’attenzione dagli elementi che mi circondano a ciò che sto provando. Alla calma che non sento, alla tranquillità che non mi arriva. Mi concentro sulla noia con cui attraverso le sale del palazzo. Che cos’è la noia? È una domanda che talvolta mi accompagna anche nel lavoro clinico, quando compare nello spazio della seduta perché ha spesso una valenza difensiva: “Cosa sto evitando? Quale vissuto emotivo voglio sedare attraverso il torpore? Perché la mia attenzione si allontana dal qui ed ora?”.
Alla fine del percorso si accede ad una stanza immersa nel buio in cui viene proiettato un documentario realizzato ad hoc per l’esposizione di Firenze. Entro in tempo per la conclusione del video, quando sullo schermo appare un primo piano dell’artista e la scritta: “Rothko si tolse la vita nel suo studio di New York nel 1970”. La frase mi raggela. Inizio a pensare che la percezione di incomprensione delle opere, la noia, la distanza emotiva creata attraverso l’analisi estetica e la ricerca stilistica del tratto, del contesto, di significati, fossero espedienti difensivi. Riaffiora in me una malinconica inquietudine e ripenso alla scelta dei campi di colore, essenziali ed intensi, risultato di una lenta e consapevole sottrazione di elementi grafici.
Rothko toglie progressivamente fino a raggiungere l’essenziale staticità di geometrie, dai bordi sfumati e incerti, perché l’arte non è puro esercizio estetico ma una ricerca precisa di dialogo con lo spettatore. Le imperfezioni e le sbavature di colore rivelano strati rimaneggiati, ripensamenti, variazioni che rendono visibile il gesto dell’artista e la sua emotività. Tele che conservano tracce di passaggi intermedi, di correzioni, di tensioni ancora aperte, amplificando il vissuto di quella lotta interiore tra il desiderio di arrendersi e la necessità di resistere.
I bordi sfumati delle figure geometriche creano apertura. Sono soglie, litorali, zone liminari di incontri possibili tra l’artista e lo spettatore. Nel solco della rinuncia, della perdita come atto, tra lo scarto e un resto, Rothko si spoglia del superfluo rivendicando in silenzio il diritto di essere mancante. 
Comprendo meglio le difese inconsce che si sono attivate in me appena entrata: come la noia e a tratti l’ilarità, che talvolta emerge incongruente rispetto alla percezione di vissuti ingombranti o dolorosi, come tentativo di stemperarli. Resto seduta ancora un po’ in quella stanza buia e silenziosa, mentre il documentario scorre sulla parete e si conclude con una citazione dell’artista che racchiude il senso dell’esperienza che Rothko propone: “Non volevo essere compreso, volevo essere sentito”.
Lasciando la mostra mi torna alla mente un verso di Wisława Szymborska che sembra restituire, meglio di qualsiasi spiegazione io cerchi di dare, ciò che quella esperienza ha rappresentato: “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”.☺

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