rughe preziose
30 Giugno 2010
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rughe preziose

 

Con un opportuno sapiente lifting una faccia segnata dall’età oggi ritorna liscia, giovane, presentabile. Donne e uomini vi ricorrono in numero crescente per ritardare l’invecchiamento, quasi per scongiurare l’avvicinarsi fatale della terza o quarta età. Ma che cosa si ritrovano guardandosi allo specchio? Un viso forse rassicurante, certamente neutro, inespressivo, privato com’è delle tracce che il pathos del vivere sa imprimervi nel corso del tempo conferendo ad esso quella bellezza che sale dall’anima. Si racconta che Anna Magnani, l’indimenti- cabile stella del cinema neorealista, preparandosi a una scena, raccomandasse al truccatore: “Non togliermi nemmeno una ruga. Mi sono costate tutte care”.

Penso di rimando agli anziani della nostra casa di riposo. Quando col gruppetto dei volontari vado a intrattenerli durante la settimana (li trovo in attesa nella sala e alcuni già sistemati sulle carrozzelle), mi sento profondamente commossa alla vista delle loro facce, forse perché in esse mi rispecchio. Prosciugate dagli anni, impreziosite da una trina di rughe che parlano di lacrime e di sorrisi, si offrono in tutta la loro vulnerabilità e misteriosità. Senza ritegno. Diventare vecchi è come tornare a una freschezza primigenia, a una semplicità di sentire: è spogliarsi di quanto conta agli occhi del “mondo” e mostrarsi per quello che si è. Fragili e pazienti. La pazienza è la forza interiore che compensa la debolezza fisica. Non è né passività né rassegnazione. È guardare e guardarsi con pacata sincerità, senza ombre, senza contrapporre il presente al passato. Il passato può divenire contenuto di evocazione e di contemplazione durante i tempi vuoti, come nelle ore insonni della notte o nei sogni ad occhi aperti, e allora ci scalda il cuore. Rivestirci di pazienza è dunque per noi vecchi accettarci nella nostra realtà, cosa che ci predispone benevolmente verso gli altri  e il mondo, oltre a farci vedere in questo surplus di vita un meraviglioso dono divino. Ma sui volti di questi anziani esiliati dal proprio focolare (i luoghi chiamati con eufemismo “case di riposo”, “case di letizia”, per quanto confortevoli e attrezzati, sono sempre dei ghetti creati dal nostro esasperato individualismo) leggo una forza superiore alla pazienza, una resistenza a oltranza, che invoco per me quando, pensando alla casa natia – la mia Heimat, da cui il sisma del 2002 mi ha separata – ne sento più acuta la nostalgia, quel dolore del ritorno che sempre attanaglia il cuore degli esuli.

Tante altre sono le immagini che a questa si intrecciano a comporre la complessa realtà della vecchiaia. Ci sono figure di donne straordinarie che vivono in pienezza la vecchiaia al servizio di grandi idee. Penso a Hebe de Bonafini – madre di Plaza de Majo – che gira il mondo per denunciare tirannie e soprusi rivendicando libertà e giustizia. Non posso dimenticare il momento in cui mise piede nella nostra piccola chiesa, con passo affaticato, ma alta e fiera nella sua giacca rossa, i grigi capelli sfuggenti di sotto al simbolico fazzoletto bianco. Tuttora mi scuotono le sue veementi, nobili parole di verità.

Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina e senatrice a vita, dall’alto dei suoi centouno anni ci svela il segreto dell’esistenza: “Abbi il coraggio di conoscere.  Il cervello non deve mai andare in pensione”. E madre Teresa riappare viva nella nostra memoria con il volto scolpito dalla compassione… Entrambe ci dicono che la longevità non va vista nella prospettiva della morte: è piuttosto un’opportunità per portare a compimento la propria vocazione.

Ci siamo poi anche noi altri, vecchi ottantenni, ancora vitali (non senza il supporto provvidenziale della tecnica medica che ci restituisce funzioni compromesse come vedere, udire, camminare), interessati alla vita in tutti i suoi aspetti, non come a riserva di caccia dove conquistare trofei, cui abbiamo serenamente rinunciato, ma a difesa della vita stessa, perché si evolva verso un futuro a misura umana per tutti e per ciascuno. Ha bisogno dei vecchi, del loro rimemorare ciò che è stato, questa cultura dei consumi che vive del presente, sradicato dal passato e privato del futuro. Tocca alla nostra testimonianza rimettere al centro la storia come maestra di vita. Il racconto del nostro vissuto – a chi vuole ascoltare – può far capire che cos’è la guerra, le sue devastazioni nelle relazioni fra i popoli, fra le persone e nell’intimo dei cuori. Ricordare che il pane, una volta cibo per pochi, era trattato con sacro rispetto può farci riflettere sulla leggerezza con cui sprechiamo le risorse del pianeta.

No, non siamo noi vecchi isole senza radici nella società in cui viviamo. Siamo isole belle che nelle tempeste offrono ai naufraghi le loro sponde salvifiche.☺

 

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