Schiavi
9 Settembre 2026
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Schiavi

Quello che abbiamo visto, a pochi chilometri dal Molise sotto il sole di agosto, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita per il dolore e l’indignazione che lasciano nell’anima.
In un furgone non assicurato nove persone sbalzate via da un incidente. Tragedia a Serracapriola: un morto e 8 braccianti feriti. Titolano i giornali. Il furgone con a bordo nove braccianti marocchini si è ribaltato sulla provinciale a Serracapriola: un morto e otto feriti. Lavoravano in Molise. L’incidente riaccende l’attenzione sulla sicurezza dei lavoratori agricoli e sul trasporto dei braccianti.
Poco distanti, ma sempre nel foggiano, dinanzi a noi, questi lavoratori vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi. Le persone schiave, per lo più africane, tornano dal lavoro verso le 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole.
Queste persone che abbiamo incontrato hanno una storia, come quella di Alì, da 12 anni in Italia, che non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Alì racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa in muratura, annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico.
Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà.
Abbiamo visto come sia drammaticamente vero il sistema economico che sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra.
 La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio.
Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino ad un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie imperialiste/capitaliste/criminali/mafiose. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-immigrazione.
Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come se ne può parlare in assenza di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità?
Siamo andati ad incontrare i lavoratori migranti pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire come alcuni lucrano politicamente, legando ai temi del lavoro e delle sicurezze, la propaganda rassicurante, falsa e omicida, con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. I temi sono intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro, di vita? Le sicurezze sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa.  
Ma ritornando ad una apparente realtà, mi chiedo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo in Puglia e in Molise.  
Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia.☺

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