Senza parole
8 Gennaio 2026
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Senza parole

In questi giorni sto riflettendo sul binomio dicibile/indicibile. Le mie considerazioni scaturiscono da una doppia sollecitazione. Il poeta e critico Giorgio Linguaglossa denuncia che le poesie referenziali che vanno di moda oggi usano un linguaggio che si ferma “al dicibile, al già detto, tutto ciò che viene detto riesce comprensibile, il messaggio, una volta giunto a destinazione, viene automaticamente archiviato nella comprensione”. Quindi, aggiunge, non ci sorprendono perché tutto il resto rimane fuori. La giornalista Paola Bignardi su L’Avvenire scrive a proposito del malessere giovanile: “È difficile per i ragazzi stessi trovare parole per raccontare una sofferenza senza nome, talvolta senza una causa apparente”. Tuttavia non è coincidenza, ma penso comune sentire, se sul numero di novembre de la fonte Christiane Barckhausen-Canale intitola il suo interessante articolo Importanza e impotenza delle parole che ho letto dopo aver scritto queste mie note.
Mi sono chiesta: quando la comprensione è impossibile da realizzare? Quante volte in una giornata ci troviamo ad affrontare l’indicibile? La risposta potrebbe essere: ogni volta che ci troviamo di fronte alla crudeltà umana oppure ogni volta che incontriamo il lato oscuro della nostra natura. In tante occasioni arriviamo a dire: non ho parole. Ecco, abbiamo incontrato l’indicibile, ma questa “incapacità a dire” deriva da una debolezza del linguaggio tradizionale, del linguaggio tout court o dall’impotenza del nostro pensiero che genera il linguaggio? Non dimentichiamo, tuttavia, che Dante ci ha detto con grande chiarezza e potenza che non poteva e non sapeva rendere la visione di Dio, alla fine della Commedia, e ha sostituito l’indicibile con una immensa ondata di luce. Allora l’indicibile non è in relazione solo con il lato-ombra del reale, ma anche con il trascendente, con la rivelazione. 
Il testo di santa Teresa d’Avila, Il libro delle relazioni e delle grazie, una sorta di diario spirituale, infatti, è ricco di espressioni di impotenza nel descrivere l’incontro con Dio. 
Non ho risposte certe, so solo che di fronte ai numerosi fatti di cronaca degli ultimi tempi, di fronte all’efferatezza, sono stata, siamo stati investiti dallo sgomento e non sempre siamo riusciti a parlarne. Se da una parte il linguaggio si rivela spesso inadeguato come diceva anche un genio della parola come Emily Dickinson, d’altra parte è la nostra mente spesso inadeguata a comprendere ciò che accade.
Guernica continuerà a narrarci la guerra come non riusciremmo a fare con le parole, quindi l’arte è spesso più in grado di esprimere l’abisso dell’umanità. E della disumanità.
Penso che l’indicibile, da non confondere con il non detto, vada accolto come il lato più umano della nostra condizione esistenziale, anzi, diventa preziosa chiave di lettura della nostra realtà. Abbiamo tuttavia, il dovere morale di raccontare il male e il disagio esistenziale, così come abbiamo il dovere di consegnare ai posteri la luce che pure si insinua nelle vicende umane. Il binomio dicibile/indicibile resta un interrogativo aperto, una presa d’atto, una sfida.
Il “restare senza parole” apre la strada ai molteplici linguaggi dell’arte, ma anche al silenzio, all’ascolto empatico e alla preghiera.☺

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