Sfruttamento e schiavitù dopo il covid
14 Ottobre 2020
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Sfruttamento e schiavitù dopo il covid

Il fenomeno della mutazione di microbi animali in agenti patogeni umani non è un fatto nuovo. Da sempre è stato così, da quando l’uomo ha cominciato a distruggere gli habitat selvatici per sostituirli con terre coltivate e con animali addomesticati. Gli animali, poi, hanno reagito con forte virulenza: il morbillo e la tubercolosi sono derivati dalla mucca; la pertosse dai maiali; l’influenza dalle anatre… L’obiettivo, oggi, per noi è uno soltanto: cambiare radicalmente il concetto di sviluppo e di progresso che ha letteralmente sconvolto la natura e con essa anche il modo di vivere degli animali. È auspicabile modificare completamente le nostre abitudini di vita per tornare ad un regime quotidiano di scelte e di comportamenti consequenziali che si esprimano nella essenzialità delle cose di cui dobbiamo servirci. L’essenzialità è la sobrietà che vuol dire accontentarsi del poco, essere sobri nel costume di vita ed anche frugali sotto il regime dell’alimentazione, cercando di tornare ad utilizzare il sistema della filiera corta, della utile circolarità dei prodotti alimentari locali. Questo ovviamente non significa fingere di non conoscere la modernità o ignorare il fatto che viviamo all’interno di un sistema sottoposto ad un processo di produzione ad libitum da parte del neoliberismo controllato dalla finanza transnazionale. Ma – lo suppongo vivamente – possiamo anche con pacato equilibrio dire NO a tante offerte fuorvianti che ci vengono rifilate quotidianamente dalla pubblicità, ancora di più in questi ultimi mesi di sofferenze mortificanti, determinate dalla stagione infelice e dolorosa che stiamo vivendo a seguito della pandemia da Covid 19, il virus corona, che tante libertà e stili di vita ci ha precluso, ridefinendoli alle radici.

L’esagerazione pletorica del governo rosso/giallo, Conte bis, nell’emanazione di DpCm – decreti presidente consiglio dei ministri – è espressione di una fase della nostra storia repubblicana. Ma questi decreti governativi, ci chiediamo con insistenza oggi, potrebbero forse raffigurare la prova singolare di un controllo anomalo, inconsueto, senza precedenti, sulla pubblica opinione, che poi, un poco alla volta, nel corso dei mesi che si succederanno, potrebbe diventare “normale”, nella sua strana inconcepibilità ed insolita inverosimiglianza, considerate le tradizioni democratiche del nostro Paese? Potrebbe succedere e poi da questa situazione potrebbe scaturire una stagione di instabilità politica e di sofferenze socio/economiche, dovuta soprattutto alla corruzione inarrestabilmente dilagante.

Quali rischi potrebbero derivare alla nostra già fragile democrazia a causa della diffusa ed avvilente presenza della corruzione a tutti i livelli, della ormai troppo abituale tiepidezza civile dei cittadini nella partecipazione alle dinamiche sociali della polis, della propria comunità, ma anche a causa dei gravi problemi di lavoro, che angustiano specialmente i giovani, obbligati ad accettare qualsiasi tipo di offerta lavorativa, che poi non è quasi mai in linea con le loro attese e le loro aspettative? Nel dna della filosofia del neocapitalismo finanziario le persone – i lavoratori – non sono cittadini liberi, uomini in carne ed ossa che dispongono della loro vita e della loro libertà in forme assolutamente prive di ogni costrizione, ma individui che hanno una maschera, come dice Karl Marx, e sono costretti a recitare, per poter vivere, la parte di lavoratori, obbligati a sostenere il ruolo di personaggi, ossia di uomini impediti nei loro movimenti dalla veste stessa che indossano e cioè quella del lavoratore dipendente legato alla propria attività professionale.

In questo ambito la parte che costui deve rappresentare è quella che il capitale gli ingiunge, e cioè quella dell’uomo sfruttato, il cui tempo viene scandito soltanto dall’ orologio del lavoro ossessivo, che pare gli dica provocatoriamente: o questo o niente! O questa interpretazione del lavoro salariato e della persona che consuma prodotti in modo sottomesso e disciplinato, oppure sei libero di andartene e di soffocare nella miseria e nella sofferenza la tua esistenza e quella di chi ti sta al fianco!

“A livello globale 40,3 milioni di persone sono costrette al lavoro forzato (…) Secondo la definizione del Global Slavery index, la schiavitù moderna si riferisce alle situazioni di sfruttamento dalle quali una persona non può svincolarsi e che non può rifiutare a causa di minacce, violenza, coercizione, abuso di potere o inganno, e nelle quali riceve trattamenti simili a quelli degli animali in una fattoria. Donne e ragazzi rappresentano il 71% della moderna schiavitù, i bambini il 25% (…) Nei ghetti italiani del caporalato, braccianti nativi e migranti condividono esistenze private della più elementare dignità, vivono in condizioni di sottomissione alla criminalità, muoiono di fatica nei campi e di abbandono e di stenti nelle baraccopoli (…) Le condizioni dei lavoratori sottoposti a grave sfruttamento in agricoltura sono contraddistinte dall’assenza di tutela e diritto garantito dai contratti e dalla legge (…) Le donne sotto caporalato percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi. Nei casi gravi di sfruttamento, i lavoratori migranti percepiscono un salario di 1 euro all’ora” (in a cura di Daniela Padoan, Niente di questo mondo ci risulta indifferente, pag.98,  Edizioni Interno 4, Fi, Maggio 2020).  

La quarantena con gli avvisi ossessivi e gli spot oleografici ha provocato tra le conseguenze inevitabili l’imprigionamento delle menti, trasformando la preoccupazione per la pandemia in “fobia” patologica psico-fisica.

La battaglia culturale e politica avversa alla cultura pervasiva del neoliberismo è davvero difficile ed improba, se, ad oggi, la regola principale impostaci è quella di consumare prodotti per mostrare a noi stessi che esistiamo. Noi, invece, vorremmo vivere per produrre l’essenziale e recuperare un rapporto organico con la Natura, con l’ambiente a noi attorno, col territorio. Ma c’è un ostacolo? Qual è allora? L’impedimento, la complicazione concernono proprio noi: non sappiamo se siamo capaci di contrapporci a quell’ intreccio che viene determinato dalla produzione col consumo, in cui noi constatiamo che c’è un legame molto stretto fra loro, per cui non solo vengono prodotte merci per soddisfare i bisogni, ma vengono “provocati” i bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci. Questo binomio, questo intreccio fra produzione e consumo è l’enigma, la complicazione, sulla quale oggi ci scontriamo e al cui interno vediamo mortificate le nostre capacità raziocinanti, che potrebbero invece spingerci ad azioni rigorosamente antitetiche, il cui obiettivo è di tornare a pensare ad una società nella quale vigano sempre in ogni cittadina/o il senso e la radice profonda della solidale e scambievole reciprocità.☺

 

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