Sicurezza
20 Settembre 2019
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Sicurezza

Non ne è bastato uno solo, se ne è reso necessario uno bis, recentemente convertito in legge prima che il governo in carica diventasse dimissionario! Cui prodest? Una preoccupante situazione sociale? Pericolo di disordini e violenze?

Mi riferisco al cosiddetto “decre- to sicurezza” che, come sostenuto da più parti, sembra avere l’unico obiettivo di scaricare ogni sorta di responsabilità sugli ultimi, su coloro che giungono nel nostro Paese “ovvero quelli arrivati in Italia senza niente, se non un carico di violenze subìte e traumi dovuti a conflitti, fame, cataclismi di ogni tipo. Ma poi, di conseguenza, anche su tutti noi” (Il fatto quotidiano).

La precisa volontà politica sottesa a tale provvedimento ha fatto ricorso, sul piano della comunicazione, ad un linguaggio ed a vocaboli di immediato e rassicurante impatto sui destinatari, parole che toccano corde e vissuti, che convincono e suscitano consenso. Di conseguenza la terminologia risulta edulcorata, neutra: non “misure repressive di contrasto alle azioni criminali” ma “decreto sicurezza”.

“Sicurezza” è un vocabolo onnicomprensivo in lingua italiana; utilizzandolo ci riferiamo ad elementi vari e differenti che spaziano dall’ambito personale a quello sociale, includendo settori specifici quali la  medicina, le costruzioni, l’ informatica, la tecnica militare, ecc. Un termine unico per innumerevoli significati! È proprio così efficace una tale, estrema sintesi?

Paradossalmente i nostri amici inglesi, notoriamente – loro sì – poco inclini ad utilizzare tante parole, bensì più disposti a ridurle all’essenziale, in questo caso si distinguono da noi italiani: di vocaboli ne hanno due, distinti e ben definiti!

Il primo di questi, abbastanza noto ed entrato a buon diritto nella nostra lingua quotidiana, è security. Con questo termine denominiamo le società di sorveglianza dei pubblici uffici: l’insieme delle persone, uomini e donne, che vigilano, giorno e notte, all’ingresso e all’interno di negozi, banche, uffici, palazzi delle istituzioni. Sono lavoratori che svolgono con efficienza il loro ruolo, garantendo che le funzioni del luogo da loro “vigilato” si possano svolgere correttamente. Nella lingua inglese con security si intende non soltanto il gruppo di persone responsabili della protezione di un edificio, ma anche la sicurezza in senso astratto, soprattutto nell’accezione di protezione di persone o luoghi da attacchi o minacce sia di individui che di paesi stranieri. Con security infine si può indicare un investimento, il pegno di un’assicurazione.

Diversamente dall’italiano, questo primo vocabolo non assomma tutta la gamma dei significati: se ci riferiamo all’assenza di pericolo, alla protezione e soprattutto all’incolumità sul piano fisico, gli inglesi usano il sostantivo safety [pronuncia: seifti], da cui l’aggettivo safe [pronuncia: seif] che traduce “sano, incolume” e, per estensione, “al sicuro”. Inoltre il termine safety compare anche nella denominazione degli strumenti per garantire incolumità, come ad esempio la cintura sulle automobili (safety belt, appunto!).

Due vocaboli, due ambiti semantici: ne conseguono, non soltanto linguisticamente, chiarezza e trasparenza. Il linguaggio, meravigliosa facoltà degli esseri umani, non dovrebbe prescindere dal- la genuinità della comunicazione; al contrario dovrebbe racchiudere, trasferire, presentare in parole la realtà nel tentativo di rappresentarla il più fedelmente possibile, creando a sua volta legami e relazione, come mirabilmente ci ricorda la poetessa americana Emily Dickinson:

“Dicono

che una parola muore

quando la si pronuncia

ma io dico che essa annuncia

la sua nascita

allora”.

Ma il linguaggio è stato nei secoli, e lo è tuttora, mezzo ingannevole, strumento di coercizione, a volte lusinghiera e suadente, al quale i potenti di turno si sono affidati e si affidano nell’intento di conservare i propri privilegi ed onori, facendo leva sulla ingenuità ed inesperienza di chi ascolta o magari non pone la dovuta attenzione.

Diverse, ma concordi, le letture “attente” del decreto recentemente convertito in legge: “La disumanità diventa legge” è stato il commento lapidario di don Luigi Ciotti mentre il presidente della Federazione delle chiese evangeliche lo definisce “decreto criminalizzazione che ha il solo obiettivo di criminalizzare le ONG che operano nelle azioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo” (Luca M. Negro).☺

 

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