La personificazione della speranza veniva venerata nell’antichità classica come una divinità e rappresentata in piedi, con un bocciolo di fiore nella mano destra e la veste sollevata sul fianco sinistro. Nella logica dei "vagabondi della vita", sperando di non irretire la dea, appare ovvio che quella veste sollevata sul fianco faceva, e faccia, sperare nello sbocciare e donarsi del fiore nascosto della dea. Nei luoghi comuni e nelle fantasie più accese, difatti, il figlio possibile incarnava la speranza di rigenerarsi.
Il termine speranza deriva dal latino exspectare (aspettare), composto di ex (da, fuori) e spectare (guardare) che è un verbo derivante probabilmente dal tardo latino sperantia. Il verbo spērare deriva da spes e significa sperare che si avveri qualcosa di positivo, aspettare, auspicare, augurarsi, confidare, contare … sì, sognare, ovvero "tendere verso qualcosa”. Il senso etimologico esteso di speranza è ancora più significativo perché vuol dire “abbracciarsi”, cioè contare sulle intuizioni del proprio cuore. Quando una persona esce dalla propria sicurezza (dal proprio cuore) e tutto viene a crollare nella propria vita, ecco che lì, allora, deve avere speranza, cioè diventa necessario abbracciarsi e tornare dentro di sé per confidare ed aver fiducia in sé stessi e che quella cosa di positivo verrà a sé. Forse per questo il simbolo della speranza è l’ancora.
Leggendo tratti della biografia di quel prete di Torino, Don Bosco (bollettino salesiano-Settembre 2013 pagg.4 e 5), ho scoperto che affermava "…ciò che sostiene la pazienza deve essere la Speranza. Questa ci sorregge, quando la pazienza vorrebbe mancarci". Ma pazienza, aggiungeva "…vuol dire patire, tollerare, soffrire, farci violenza: se non costasse fatica, non sarebbe più pazienza". Pazienza è la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa e si coniuga in modo intrinseco con la Speranza che il proprio patire ha in sé il seme del nuovo, del cambiamento certo "oltre ogni speranza", cioè, che il tentativo, non indolore, si risolverà favorevolmente.
Le parole non fanno altro che cercare di descrivere dei processi puramente interni che si esteriorizzano nella vita di tutti i giorni, in interazione con gli altri umani e con tutte le cose che stanno fuori di noi, e costituiscono la nostra esperienza percettivo-esistenziale. Sebbene le parole tra una cultura e un’altra cambino contesti e, spesso, il significato, è importante decifrarne il senso reale-scientifico da quello comune ascoltando "il percettivo"; altrimenti, beh, altrimenti utilizziamo in modo improprio il linguaggio e quindi non ci capiamo e non ci ascoltiamo.
Le persone comprano di tutto. Altri uccidono. Poteri e stati fanno altrettanto. Le religioni e le fedi molto spesso sono funzionali e speriamo che uomini, poteri, stati e fedi cambino. La scuola, nonostante una percentuale ridottissima ormai, non educa, ma impone (la logica fraintesa del mazze e panelle); in verità, mi pare non faccia neanche più questo, ne dà informazioni adeguate al momento storico. Un collegio docenti è disattento e connivente con la disfunzione, un consiglio comunale litiga sui regolamenti, … e speriamo che tali situazioni cambino.
Beh, nella logica dei "vagabondi della vita senza padroni e senza padrini", è questo che uccide inesorabilmente la Speranza ovvero che qualcosa possa cambiare nella mia vita e nel mio quotidiano aspettando che altri la facciano cambiare! Terribile! e… tutti i responsabili, compreso colui che "spera", molto spesso ne sono pure inconsapevoli (colpa grave!) e non vengono mai perseguiti; e ieri come oggi basta sacrificare il Galileo di turno; e ieri come oggi ci saranno proseliti dei vari Galilei, ma si metteranno allo stesso tavolo del ricco epulone.
Allora? Non c'è più Speranza?
Ecco il crocevia! La Speranza non è disperazione ed essa non può essere riposta in una aspettativa neutra, disattenta e delegata, perché non sarebbe più tale. La Speranza è la paziente convinzione che verrà il tempo in cui l'arcobaleno si innalzerà nei cieli per annunciare la fine della tempesta; ma se è vero che "madre natura" procede con leggi che spesso ci ricordano di non deturparla, altrettanto vero è che in democrazia e nella nostra esistenza quotidiana, noi possiamo e dobbiamo alimentare la Speranza che i sogni si possano avverare, ma senza delega e consapevoli che io posso farcela si, ma non aspettando che gli altri cambino e soprattutto mettendo in conto che sarà necessario "patire… sperando" e "sperando, patire nella ricerca e nell'attesa", consapevoli che molto spesso l'oggetto di speranza lo ritroviamo talvolta dietro la porta, sicuramente nel nostro cuore …e forse, per molti è una certezza, nella culla del Galileo nato a Betlemme! ☺
La personificazione della speranza veniva venerata nell’antichità classica come una divinità e rappresentata in piedi, con un bocciolo di fiore nella mano destra e la veste sollevata sul fianco sinistro. Nella logica dei "vagabondi della vita", sperando di non irretire la dea, appare ovvio che quella veste sollevata sul fianco faceva, e faccia, sperare nello sbocciare e donarsi del fiore nascosto della dea. Nei luoghi comuni e nelle fantasie più accese, difatti, il figlio possibile incarnava la speranza di rigenerarsi.
Il termine speranza deriva dal latino exspectare (aspettare), composto di ex (da, fuori) e spectare (guardare) che è un verbo derivante probabilmente dal tardo latino sperantia. Il verbo spērare deriva da spes e significa sperare che si avveri qualcosa di positivo, aspettare, auspicare, augurarsi, confidare, contare … sì, sognare, ovvero "tendere verso qualcosa”. Il senso etimologico esteso di speranza è ancora più significativo perché vuol dire “abbracciarsi”, cioè contare sulle intuizioni del proprio cuore. Quando una persona esce dalla propria sicurezza (dal proprio cuore) e tutto viene a crollare nella propria vita, ecco che lì, allora, deve avere speranza, cioè diventa necessario abbracciarsi e tornare dentro di sé per confidare ed aver fiducia in sé stessi e che quella cosa di positivo verrà a sé. Forse per questo il simbolo della speranza è l’ancora.
Leggendo tratti della biografia di quel prete di Torino, Don Bosco (bollettino salesiano-Settembre 2013 pagg.4 e 5), ho scoperto che affermava "…ciò che sostiene la pazienza deve essere la Speranza. Questa ci sorregge, quando la pazienza vorrebbe mancarci". Ma pazienza, aggiungeva "…vuol dire patire, tollerare, soffrire, farci violenza: se non costasse fatica, non sarebbe più pazienza". Pazienza è la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa e si coniuga in modo intrinseco con la Speranza che il proprio patire ha in sé il seme del nuovo, del cambiamento certo "oltre ogni speranza", cioè, che il tentativo, non indolore, si risolverà favorevolmente.
Le parole non fanno altro che cercare di descrivere dei processi puramente interni che si esteriorizzano nella vita di tutti i giorni, in interazione con gli altri umani e con tutte le cose che stanno fuori di noi, e costituiscono la nostra esperienza percettivo-esistenziale. Sebbene le parole tra una cultura e un’altra cambino contesti e, spesso, il significato, è importante decifrarne il senso reale-scientifico da quello comune ascoltando "il percettivo"; altrimenti, beh, altrimenti utilizziamo in modo improprio il linguaggio e quindi non ci capiamo e non ci ascoltiamo.
Le persone comprano di tutto. Altri uccidono. Poteri e stati fanno altrettanto. Le religioni e le fedi molto spesso sono funzionali e speriamo che uomini, poteri, stati e fedi cambino. La scuola, nonostante una percentuale ridottissima ormai, non educa, ma impone (la logica fraintesa del mazze e panelle); in verità, mi pare non faccia neanche più questo, ne dà informazioni adeguate al momento storico. Un collegio docenti è disattento e connivente con la disfunzione, un consiglio comunale litiga sui regolamenti, … e speriamo che tali situazioni cambino.
Beh, nella logica dei "vagabondi della vita senza padroni e senza padrini", è questo che uccide inesorabilmente la Speranza ovvero che qualcosa possa cambiare nella mia vita e nel mio quotidiano aspettando che altri la facciano cambiare! Terribile! e… tutti i responsabili, compreso colui che "spera", molto spesso ne sono pure inconsapevoli (colpa grave!) e non vengono mai perseguiti; e ieri come oggi basta sacrificare il Galileo di turno; e ieri come oggi ci saranno proseliti dei vari Galilei, ma si metteranno allo stesso tavolo del ricco epulone.
Allora? Non c'è più Speranza?
Ecco il crocevia! La Speranza non è disperazione ed essa non può essere riposta in una aspettativa neutra, disattenta e delegata, perché non sarebbe più tale. La Speranza è la paziente convinzione che verrà il tempo in cui l'arcobaleno si innalzerà nei cieli per annunciare la fine della tempesta; ma se è vero che "madre natura" procede con leggi che spesso ci ricordano di non deturparla, altrettanto vero è che in democrazia e nella nostra esistenza quotidiana, noi possiamo e dobbiamo alimentare la Speranza che i sogni si possano avverare, ma senza delega e consapevoli che io posso farcela si, ma non aspettando che gli altri cambino e soprattutto mettendo in conto che sarà necessario "patire… sperando" e "sperando, patire nella ricerca e nell'attesa", consapevoli che molto spesso l'oggetto di speranza lo ritroviamo talvolta dietro la porta, sicuramente nel nostro cuore …e forse, per molti è una certezza, nella culla del Galileo nato a Betlemme! ☺
La personificazione della speranza veniva venerata nell’antichità classica come una divinità e rappresentata in piedi, con un bocciolo di fiore nella mano destra e la veste sollevata sul fianco sinistro. Nella logica dei "vagabondi della vita", sperando di non irretire la dea, appare ovvio che quella veste sollevata sul fianco faceva, e faccia, sperare nello sbocciare e donarsi del fiore nascosto della dea. Nei luoghi comuni e nelle fantasie più accese, difatti, il figlio possibile incarnava la speranza di rigenerarsi.
Il termine speranza deriva dal latino exspectare (aspettare), composto di ex (da, fuori) e spectare (guardare) che è un verbo derivante probabilmente dal tardo latino sperantia. Il verbo spērare deriva da spes e significa sperare che si avveri qualcosa di positivo, aspettare, auspicare, augurarsi, confidare, contare … sì, sognare, ovvero "tendere verso qualcosa”. Il senso etimologico esteso di speranza è ancora più significativo perché vuol dire “abbracciarsi”, cioè contare sulle intuizioni del proprio cuore. Quando una persona esce dalla propria sicurezza (dal proprio cuore) e tutto viene a crollare nella propria vita, ecco che lì, allora, deve avere speranza, cioè diventa necessario abbracciarsi e tornare dentro di sé per confidare ed aver fiducia in sé stessi e che quella cosa di positivo verrà a sé. Forse per questo il simbolo della speranza è l’ancora.
Leggendo tratti della biografia di quel prete di Torino, Don Bosco (bollettino salesiano-Settembre 2013 pagg.4 e 5), ho scoperto che affermava "…ciò che sostiene la pazienza deve essere la Speranza. Questa ci sorregge, quando la pazienza vorrebbe mancarci". Ma pazienza, aggiungeva "…vuol dire patire, tollerare, soffrire, farci violenza: se non costasse fatica, non sarebbe più pazienza". Pazienza è la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa e si coniuga in modo intrinseco con la Speranza che il proprio patire ha in sé il seme del nuovo, del cambiamento certo "oltre ogni speranza", cioè, che il tentativo, non indolore, si risolverà favorevolmente.
Le parole non fanno altro che cercare di descrivere dei processi puramente interni che si esteriorizzano nella vita di tutti i giorni, in interazione con gli altri umani e con tutte le cose che stanno fuori di noi, e costituiscono la nostra esperienza percettivo-esistenziale. Sebbene le parole tra una cultura e un’altra cambino contesti e, spesso, il significato, è importante decifrarne il senso reale-scientifico da quello comune ascoltando "il percettivo"; altrimenti, beh, altrimenti utilizziamo in modo improprio il linguaggio e quindi non ci capiamo e non ci ascoltiamo.
Le persone comprano di tutto. Altri uccidono. Poteri e stati fanno altrettanto. Le religioni e le fedi molto spesso sono funzionali e speriamo che uomini, poteri, stati e fedi cambino. La scuola, nonostante una percentuale ridottissima ormai, non educa, ma impone (la logica fraintesa del mazze e panelle); in verità, mi pare non faccia neanche più questo, ne dà informazioni adeguate al momento storico. Un collegio docenti è disattento e connivente con la disfunzione, un consiglio comunale litiga sui regolamenti, … e speriamo che tali situazioni cambino.
Beh, nella logica dei "vagabondi della vita senza padroni e senza padrini", è questo che uccide inesorabilmente la Speranza ovvero che qualcosa possa cambiare nella mia vita e nel mio quotidiano aspettando che altri la facciano cambiare! Terribile! e… tutti i responsabili, compreso colui che "spera", molto spesso ne sono pure inconsapevoli (colpa grave!) e non vengono mai perseguiti; e ieri come oggi basta sacrificare il Galileo di turno; e ieri come oggi ci saranno proseliti dei vari Galilei, ma si metteranno allo stesso tavolo del ricco epulone.
Allora? Non c'è più Speranza?
Ecco il crocevia! La Speranza non è disperazione ed essa non può essere riposta in una aspettativa neutra, disattenta e delegata, perché non sarebbe più tale. La Speranza è la paziente convinzione che verrà il tempo in cui l'arcobaleno si innalzerà nei cieli per annunciare la fine della tempesta; ma se è vero che "madre natura" procede con leggi che spesso ci ricordano di non deturparla, altrettanto vero è che in democrazia e nella nostra esistenza quotidiana, noi possiamo e dobbiamo alimentare la Speranza che i sogni si possano avverare, ma senza delega e consapevoli che io posso farcela si, ma non aspettando che gli altri cambino e soprattutto mettendo in conto che sarà necessario "patire… sperando" e "sperando, patire nella ricerca e nell'attesa", consapevoli che molto spesso l'oggetto di speranza lo ritroviamo talvolta dietro la porta, sicuramente nel nostro cuore …e forse, per molti è una certezza, nella culla del Galileo nato a Betlemme! ☺
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