Stellantis, il molise deve reagire
Uno spettro si aggira sul nostro territorio, di fatto ignorato o colpevolmente sottovalutato: che ne sarà di quella che una volta aveva un nome tutto italiano, la realtà produttiva più grande della regione, fulcro dell’economia del Molise con i suoi più di 3.000 lavoratori?
Sappiamo che dal primo settembre è scattato il contratto di solidarietà per tutti i dipendenti ancora rimasti al lavoro; durerà un anno, al termine del quale c’è un gigantesco buco nero: nessuno può dire infatti cosa succederà dopo. Ed è notizia recente che la desertificazione si estende anche alle zone a noi vicine, con i 1.600 operai di Atessa anche loro in cassa integrazione.
Già dall’annuncio trionfale della costruzione della Gigafactory di Termoli, che da subito non garantiva di riassorbire tutto il personale locale e dell’indotto, si erano levate voci che chiedevano garanzie certe. A tutte queste richieste è stata opposta la granitica profezia della “filiera istituzionale” del territorio, garante di lavoro e sicurezza per tutti i lavoratori e fonte di prosperità perpetua per tutta la regione.
Ciò che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti: lavori per il passaggio all’ elettrico mai iniziati, e contemporaneo svuotamento dei macchinari di produzione; blocco della lavorazione dei motori a benzina e del cambio che avevano fatto la fortuna dello stabilimento; ricorso continuo a cassa integrazione ed incentivazione al prepensionamento; spostamento obbligato di lavoratori in Francia dove nel frattempo la Gigafactory è partita davvero, come del resto sta per avvenire in Spagna.
E le nostre istituzioni? Una sequela di balbettamenti e rassicurazioni senza fondamento dei nostri parlamentari; servilismo del governo nazionale nei confronti dell’azienda, con inutili audizioni a senso unico dei padroni del vapore, mentre il governo regionale si distingue per inerzia e assenza ai tavoli di contrattazione, e si limita ora ad auspicare “soluzioni diverse per Stellantis” (Quali?).
Anche sul fronte sindacale, a mio parere, ci si è mossi troppo tardi e con poca incisività, fatta eccezione per i sindacati di base; ma c’è stata anche un’incomprensibile scarsa reattività e partecipazione dei diretti interessati, che avrebbero dovuto, come i lavoratori della GKN, difendere con le unghie e con i denti il proprio diritto al lavoro, e soprattutto mancanza totale di coinvolgimento della società civile.
Lo stabilimento di Termoli è sospeso nel nulla, la Gigafactory ormai divenuta chimera e buio totale su altre soluzioni industriali, anche se ci sono ingenti fondi europei per il passaggio all’elettrico che dovrebbero essere chiesti subito, se il nostro governo non fosse del tutto ostaggio delle fonti fossili.
L’errore più grave è stato lasciare che i macchinari e le linee di produzione attive venissero portati via nel silenzio, e contemporaneamente non pretendere che si mantenessero i posti di lavoro esistenti per tutto il periodo occorrente ad avviare la Gigafactory, garantendo il funzionamento dei reparti almeno fino a che la transizione all’elettrico non fosse stata completata. Ora lo stabilimento è una scatola vuota, e anche nel caso di un sussulto di dignità (penso ad una prensa, riappropriazione degli strumenti di produzione da parte dei lavoratori, come accadeva spesso nell’Argentina del 2003) non si potrebbe farne nulla.
Che fare ora? Crediamo davvero che il Molise possa vivere solo di turismo e gastronomia, se viene meno quella che ne era la principale realtà produttiva? Lasceremo cancellare con un colpo di spugna ciò che la Fiat è stata per il Molise?
Occorre una forte pressione congiunta di partiti, sindacati e istituzioni di ogni livello; occorre che Stato, Regione e Comuni dicano a muso duro a proprietari e amministratori delegati che le continue e massicce sovvenzioni statali ricevute negli anni non erano a fondo perduto. Ma soprattutto serve finalmente una reazione dal basso, che unisca operai e cittadini in difesa non solo del lavoro e della vita di centinaia di famiglie, ma anche della storia e dell’economia del Molise tutto.
Dobbiamo prendere ormai atto che i nostri capisaldi di equità sociale e diritti del lavoro non negoziabili sono inconciliabili con il capitalismo predatorio odierno; ma proprio perché tutto sta cambiando dobbiamo esigere tutti insieme dalle nostre istituzioni autorevolezza, capacità programmatica e di contrattazione, disponibilità ad impiegare risorse per questa grande scommessa.
Perché il Molise non si spopoli definitivamente, perché ci sono in gioco migliaia di vite considerate solo zavorra; e soprattutto per restituire il dovuto ai lavoratori che per decenni hanno consentito crescita e stabilità alla nostra regione, e profitti enormi all’industria dell’automobile italiana.☺
“Un capitalismo selvaggio ha insegnato la logica del profitto ad ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento senza guardare alle persone; e i risultati li vediamo nella crisi che stiamo vivendo”(Papa Francesco)
