Sulle tracce degli internazionalisti (III)
L’iniziativa del Club Alpino Italiano volge al termine. In tre giorni di duro cammino i 26 protagonisti, calati nella finzione goliardica, hanno ripercorso il tragitto fatto dagli anarchici internazionalisti nel lontano 1877.
La terza e ultima tappa di questo viaggio nel tempo, ha inizio dalla masseria Maturi. Il gruppo si è notevolmente ingrossato per la presenza di amici del Molise, della Campania e di una cinquantina di aderenti a Legambiente di Napoli. Ora sono più di un centinaio e si muovono in direzione di Letino.
L’amico Vincenzo, autore del resoconto, riporta che “si parla, quindi, di Cafiero e di Malatesta, i più conosciuti, ma anche di tutti gli altri, della giovane età, delle loro illusioni e dei loro sogni, delle disavventure prima e durante il processo di Benevento e delle peregrinazioni dopo la sua conclusione ad effetto”. La curiosità di una ragazza consente di ricordare il ruolo importante che ebbero le donne nella preparazione del Moto: la bella “bionda dagli occhiali verdi” a San Lupo e quanto sia stato determinante l’impegno di Silvia Pisacane presso il Ministro Nicotera, per salvare la vita degli Internazionalisti.
Tra i partecipanti alla rievocazione c’è un professore dell’università di Napoli, al quale viene chiesto che significato ha, per lui, camminare accompagnandosi con una bandiera rosso-nera. La risposta invita alla riflessione: “Ha senso in quanto è necessario darsi un’immagine e una speranza per il futuro, soprattutto in un’epoca cupa e triste come quella che viviamo, anche sul piano politico”. Dei due colori, egli si sente più legato al rosso, pur riconoscendo al movimento anarchico ed internazionalista meriti enormi. Auspica, anzi, che questa manifestazione sia pubblicizzata e che tanta gente possa riunirsi sotto bandiere come questa, cariche d’ideali, per superare il momento tristissimo. L’amico lo incalza chiedendogli, se fa paura, oggi, la bandiera anarchica. Risponde che fa paura ai potenti e, aggiunge, che gli uomini di sinistra dovrebbero trovare, da manifestazioni come questa, dove emergono ideali libertari e d’uguaglianza, una spinta unitaria d’intenti, soprattutto sui grandi temi sociali, perché il vero dramma della sinistra è la frammentazione.
Come è noto, la banda, nel 1877, alle ore 10, giunse a Letino. Era domenica e c’era il consiglio comunale. Entrati nella sala del consiglio, “dichiararono decaduto il re Vittorio Emanuele secondo, proclamarono la rivoluzione sociale, fecero a brandelli il ritratto del re, iniziarono a gettare dalla finestra le carte dell’archivio dello Stato civile del catasto, si fecero consegnare i fucili della disciolta guardia nazionale e li distribuirono, unitamente alle scure sequestrate ai boscaioli contravventori nei boschi, al popolo che intanto si era riunito sulla piazza, intorno al falò alimentato dalle carte di archivio. Poi raggiunsero i mulini del paese e ruppero i contatori attaccati alle macine dichiarando abolita la tassa detta “del macinato”.
Al grido di “Viva la rivoluzione sociale”, dopo mezz’ora di marcia, giunsero a Gallo, si ripeterono le stesse azioni fatte a Letino e Malatesta in un breve discorso spiegò le ragioni di quella rivolta. “La risposta dell’autorità centrale non si fece attendere ed in brevissimo tempo furono allertati circa 12.000 uomini, tra carabinieri, fanteria, bersaglieri ed agenti di pubblica sicurezza, per accerchiare la banda e costringerli alla resa. La banda, intanto, aveva trascorso la notte dell’8 Aprile nella masseria del parroco di Montaquila, situata tra i comuni di Gallo, Letino e Roccamandolfi. La mattina seguente, 9 Aprile del ‘77, gli insorti si mossero verso la località Monte Costa della Croce. La pioggia, che già alla partenza della banda da Gallo incominciò a cadere a rovesci con scariche di grandine e nevischio, e l’impossibilità di procurarsi viveri in quanto quasi tutti i paesi erano già presidiati dalla forza pubblica, costrinsero gli internazionalisti a girovagare due giorni sotto un diluvio impietoso ed ostinato, ridotti alla fame ed obbligati a trascorrere la notte all’aperto, al freddo, con i vestiti bagnati, le armi e le munizioni ormai inservibili (La banda del Matese, di B. Tomasiello).
Sfiniti dalla fatica, dal freddo e dalla fame, ventitré internazionalisti si rifugiarono nella masseria Cuccetta e, senza opporre resistenza, furono arrestati dal capitano De Notter. Domenico Ceccarelli e Giovanni Bianchini, furono sorpresi ed arrestati in una contrada vicina. Francesco Gastaldi, invece, sfuggito alla cattura la sera dell’11 Aprile, fu arrestato il 30 Aprile a Napoli.
Processati nell’agosto del 1878 a Benevento, furono tutti assolti. “Gli internazionalisti, facendosi largo tra la folla che circondava il palazzo, attraversarono la città fino al carcere e da qui si recarono, successivamente, tutti insieme, a pranzo in una trattoria cittadina, per festeggiare la riacquistata libertà, dopo oltre 16 mesi di durissima carcerazione”.☺
