Sull’orlo di un precipizio
Più di 350 morti, più di cinquecento feriti a Colombo nello Sri Lanka. Provate ad immaginare cosa sarebbe oggi da noi, se questa tragedia fosse accaduta nelle nostre chiese e nei nostri alberghi. In Italia vi sono diversi milioni di immigrati, sicuramente più del 10% e la maggioranza è di religione musulmana. Quale sia l’ opinione di una parte grande del popolo italiano su questi movimenti migratori che rappresentano l’evento più importante della nostra epoca è noto. Ben testimoniato non solo dal silenzio omertoso nei confronti delle continue manifestazioni di apologia del fascismo e del nazismo, ma anche dallo straordinario successo di Salvini e della sua politica intrisa di intolleranza e di odio razziale. Né meno significativa è la solitudine di Papa Francesco, quando parla di solidarietà e di accoglienza, o quando di fronte al concime velenoso del terrore islamico evoca ponti, dialogo e destino comune. Noi siamo sull’orlo di un precipizio e guardiamo da un’altra parte.
È in corso da anni nel mondo, ad Ovest come ad Est, al Nord come al Sud uno scontro epocale che deciderà il futuro della comunità umana e dell’intero pianeta. È una sfida antica che nella storia si è già presentata altre volte, è la sfida fra la barbarie della violenza, della sopraffazione, dello sfruttamento senza limiti e la civiltà della fratellanza, dell’eguaglianza, della libertà e della difesa del bene comune. È una sfida che viene da molto lontano e che oggi, però, ha una qualità del tutto nuova, è come se fossimo passati dalle armi convenzionali alla bomba atomica. L’odierna barbarie ha una forza distruttiva sulla comunità degli umani e sulla stessa natura del tutto inedita, così come s’intuiscono le grandi potenzialità sociali, scientifiche e culturali per una nuova civiltà che abbia l’uomo e il suo destino al centro. Ci troviamo dinnanzi a un paradosso che poi tale non è: mai il genere umano ha avuto nelle sue mani tante risorse materiali e intellettuali al punto che per tutti sarebbe possibile una vita dignitosa, così come straordinarie invenzioni, eppure mai siamo stati così vicini a un mondo senza futuro.
Il 26 maggio nei diversi paesi europei si voterà per il Parlamento europeo; dovrebbero essere elezioni fondamentali, decisive se vogliamo provare ad affrontare i temi che ho appena evocato. Ma così, se guardiamo alle vicende italiane, non è. Più che elezioni europee, sembrano elezioni condominiali, la grande maggioranza di partiti e candidati è impegnata a raccattare più voti possibili per farli poi valere negli intrighi e nelle contrattazioni domestiche. I vari Salvini, Di Maio e “giù per li rami” non ragionano su come utilizzare il meglio della storia, della cultura e delle virtù sociali di questa nostra Europa per rendere i processi di globalizzazione più civili ed umani. No, la loro ossessione, il loro unico problema è come utilizzare al meglio il risultato elettorale per cambiare gli equilibri all’interno dei palazzi del potere.
Le elezioni sono, dovrebbero essere una grande opportunità per affrontare gli errori giganteschi sin qui fatti, per superare la miope logica dell’austerità e per raccogliere la sfida della Brexit. Oggi e non domani si dovrebbero porre le basi per un’Europa federale e democratica, unita nelle sue scelte di politica economica e di politica internazionale. Da qui, da queste scelte di fondo passa la possibilità di trasformare in oro, in opportunità storiche i grandi problemi che il vento della globalizzazione ha portato entro tutti i paesi europei, finanche nella stessa Germania. Per secoli l’Europa nel bene e nel male è stata il cuore della storia nel mondo e il continente europeo, anche se in modo contraddittorio, continua ad essere una grande miniera ricca di insegnamenti e di utensili che possono essere preziosi per costruire il mondo del domani. Ma perché questo sia possibile sono necessarie due condizioni fondamentali: che si superi l’illusione miope e distruttiva dei nazionalismi e che dentro lo sguardo del ragazzo immigrato, come del giovane della lontana periferia romana, si leggano le stesse inquietudini e le stesse paure. Multilateralismo per governare il mondo, diritti dei lavoratori e dei cittadini, tutela della natura e dell’ambiente, valore della diversità etnica e religiosa, economia circolare e sviluppo sostenibile sono grandi sfide sulle quali l’Europa potrebbe essere un riferimento certo.
Infine la madre di tutte le questioni: l’insostenibile leggerezza della sinistra. L’Italia nella lunga stagione del Partito Comunista fu un riferimento e un’anomalia positiva; oggi il nostro paese è il fanalino di coda di una sinistra mediterranea che in paesi come il Portogallo, la Spagna e la stessa Grecia torna ad essere protagonista. Ancora una volta in queste elezioni il popolo della sinistra italiana avrà grandi difficoltà nel voto. Il Pd del dopo Renzi è incomprensibile per chi continua a guardare alla sinistra come la via maestra per un futuro migliore. Il partito democratico è privo di una sua ragion d’essere, sospeso fra Calenda e Tsipras, senza né arte né parte, con la seria aggravante di essere nella sua organizzazione territoriale un coacervo di comitati elettorali, di gruppi di pressione e di interessi particolari in perenne lotta fra loro. La sinistra alternativa che pure è animata da tante buone intenzioni, fatica a trovare una sua strategia, una sua consistenza e un gruppo dirigente adeguato ai grandi problemi dei nostri tempi. Vi sarebbe una soluzione: la CGIL di Maurizio Landini, ma per sfortuna o, forse, per fortuna non presenterà sue liste elettorali.☺
