Territori della cura
L’esperienza de “La Città Invisibile” nasce circa 10 anni fa a Termoli da un gruppo di volontari/e, operatori/trici e attivisti/e sociali con l’intento di indagare e contrastare il fenomeno della grave marginalità sociale nel basso Molise. Negli anni l’esperienza si struttura gradualmente e oggi “La Città Invisibile” è un’area di intervento dell’associazione FACED (Famiglie Contro l’Emarginazione e la Droga), che consiste in un’articolazione di interventi in favore di persone senza dimora: unità di strada, area sosta e progetti per l’inclusione abitativa e il diritto all’abitare.
Negli ultimi 36 mesi hanno effettuato un colloquio di primo accesso all’area sosta 132 persone, anche se sono molte di più quelle transitate per la struttura di via delle Acacie 4 e che hanno usufruito dei servizi di base (colazione, docce, ricarica cellulari, vestiario, servizio lavanderia, ecc).
Negli ultimi 12 mesi (agosto 2024/luglio 2025), invece, il centro ha registrato 755 accessi totali. In media si rivolgono a “La Città Invisibile” 17 persone al mese. Nello stesso lasso di tempo hanno usufruito dell’area sosta complessivamente 41 persone: 23 erano sconosciute al servizio prima dell’agosto 2024. Ciò vuol dire che nell’ ultimo anno circa due persone senza dimora di media al mese si sono rivolte al servizio per la prima volta. E ciò nonostante, varie (e note) vicissitudini abbiano imposto la dislocazione della struttura nella periferia estrema di Termoli. Le 23 nuove persone arrivate al centro sono in prevalenza uomini (19); oltre il 50% sono persone italiane (12) e 15 provengono dall’Unione Europea, mentre le restanti 8 sono persone provenienti da Paesi non UE. I “nuovi arrivati” hanno un’età media di 46.5 anni.
La homelessness nel basso Molise riguarda tra le 40 e le 50 persone (almeno): alle suddette, infatti, bisogna aggiungere alcuni ospiti nelle case per il reinserimento sociale e abitativo (12 in totale); le persone incontrate in strada nelle unità; le persone ospiti dei dormitori e/o che si sono rivolte solo ad altri servizi. Questi dati non devono far dimenticare che dietro ai numeri si celano volti, persone, storie di isolamento estremo e di gravissima vulnerabilità. Si tratta spessissimo di persone con problemi di dipendenze da sostanze, da gioco, da alcol, con disturbi psichiatrici, con vissuti migratori traumatici e spesso con gravi deficit relazionali.
Le persone senza dimora oggi sono per lo più marginalizzate dal modello economico e sociale neoliberista (oggi in una torsione neoautoritaria) che tende a escludere proprio i più fragili, i quali, al contrario, in un modello giusto ed egualitario di società, dovrebbero essere sempre in cima ad ogni politica: si stima che oggi siano circa 100.000 le persone senza dimora in Italia; al 31 luglio 2025 sono già 243 le persone senza dimora decedute, una “strage invisibile (www. fiopsd.org). Il rischio di abbandono istituzionale di tante persone marginalizzate, pertanto, è concreto ed è un tema che va a toccare nel profondo la questione della crisi delle democrazie occidentali. La grave marginalità sociale, peraltro, è la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio e sostanzioso: l’ISTAT rileva che nel 2024 il 9,7% della popolazione italiana (5 milioni 694 mila persone) vive in povertà assoluta; il rischio di povertà ed esclusione sociale è in crescita, più alto rispetto al 2023 (dal 22,8% al 23,1%). Il problema casa, inoltre, rappresenta “una delle sfide sociali più urgenti e trasversali del nostro tempo, non un’emergenza temporanea, bensì una crisi strutturale con radici economiche, sociali e urbanistiche profonde” (Caritas Italiana, 2025); e con esso quello delle povertà e vulnerabilità sanitarie: nel 2024 – secondo l’Istituto Nazionale di Statistica – il 9,9% della popolazione, circa 6 milioni di persone, ha dovuto rinunciare a prestazioni ritenute necessarie.
Oggi il Terzo Settore è chiamato alla responsabilità di riscoprire la dimensione politica e culturale del proprio agire. “Non facciamo del bene” – scrivono Morniroli e Scancarello (2025): non si tratta di contenere o limitare i danni, ma di riattivare la vocazione trasformativa del lavoro sociale, coniugando radicalità e professionalità. Il Terzo Settore, riscoprendosi così soggetto politico, potrebbe divenire agente concreto di cambiamento, oltre il modello di sviluppo capitalistico che produce guerre e disuguaglianze, anche attraverso un nuovo patto sociale con le comunità e le istituzioni locali. Contribuendo a generare, nel contempo, una nuova cultura del pubblico.
Anche (e forse soprattutto) nelle aree impoverite e marginalizzate come il Molise, le buone pratiche sociali potrebbero aiutare a prefigurare concretamente una idea di società basata sulla solidarietà e sulla promozione dei diritti. Per non rassegnarsi all’orizzonte cupo dell’oggi e costruire, fin da ora, il passaggio dalle città invisibili e dai luoghi dell’abbandono ai territori della cura.☺
