Travaso di vocaboli
16 Febbraio 2026
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Travaso di vocaboli

“La lingua è […] il regno delle infinite possibilità, e soprattutto quando è in salute, risponde velocemente e puntualmente alle necessità della comunità che parla” (Vera Gheno, Grammamanti). Vorrei partire da questa citazione della nota sociolinguista per richiamare l’attenzione sul fenomeno dell’utilizzo delle parole straniere nell’italiano, ma da una diversa prospettiva.
Performance [pronuncia ‹pëfòo- mëns›] è un sostantivo inglese che anche noi italiani accogliamo nella nostra lingua, spesso senza pronunciarlo correttamente – attenzione all’accento che cade sulla sillaba -for! Come spesso accade, poiché il vocabolo inglese sintetizza perfettamente ciò che in italiano saremmo costretti a dire con un maggior numero di parole, cediamo il passo all’anglismo.
Nel caso del termine in questione, però, avviene qualcosa di diverso: accanto alla voce anglofona (performance) noi parlanti italiani abbiamo effettuato una ulteriore operazione: il passaggio dall’inglese al nostro idioma, traslitterando il vocabolo. Ormai – rassegniamoci! – si sente spesso dire ‘performare’ (verbo) o ‘performante’ – ‘per- formativo’ (aggettivi) sia in un discorso che in un testo scritto in italiano. Personalmente gradisco poco il ‘travaso’ di questo vocabolo in particolare ma, come sostengono numerosi esperti (cfr. Vera Gheno), la lingua è un sistema ‘fluido’ e non chiuso, per cui innesti e neologismi trovano spazio ed accoglienza. Ad essere precisi il cosiddetto travaso risulta incompleto in quanto il sostantivo performance resta in uso anche in italiano, in assenza di un corrispettivo adeguato.
‘Performare’ (versione italiana di perform) ha, nella nostra lingua, il significato di ‘ottenere buoni risultati’; questa accezione però tradisce il senso del verbo inglese che invece indica l’esecuzione di un compito o di un’azione ‘artistica’ (musicale, grafica o scenica), soggetta alla bravura e competenza di chi la esegue e al giudizio del pubblico o di un esaminatore: non necessariamente prestazione di alto livello!
Ricordo che i testi di didattica utilizzano l’anglismo performance per indicare quello che un/a alunno/a mostra nel corso di una verifica (scritta o orale) e non sempre (sic!) i risultati si presuppongono eccellenti. La performance è quindi una azione, anche spontanea o improvvisata, che tende a dimostrare ciò che una persona sa fare, le sue capacità ed il suo impegno; tutto viene commisurato al soggetto, alla sua personalità e al suo gusto, nel rispetto della libertà individuale e autonomia. Quel che appare nel passaggio dall’inglese, in italiano, è la stretta ampiamente meritoria sul piano semantico: è ‘performante’ colui o colei che rispetta canoni prestabiliti di esattezza, efficienza, velocità o altro; chi non risponde ai requisiti prestabiliti è ovviamente escluso/a, messo/a da parte, scartato/a.
Di quest’ultimo aspetto proprio papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ha spesso parlato: “Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle Borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le Borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti” (giugno 2013). È, nel suo modo di vedere ma sicuramente condivisibile come analisi, la “cultura dello scarto”!
La nostra società sempre di più dimostra di inseguire l’efficienza o la prestazione esaltante in molti settori. A mio modesto avviso anche il linguaggio contribuisce a rafforzare questa convinzione, e parole come ‘perfor- mante’ o ‘performa- tivo’ mi richiamano alla mente questo atteggiamento sprezzante ed egoistico che caratterizza una comunità di persone che non ama la condivisione, l’accoglienza, il confronto civile e democratico.
Da ex insegnante credo di conoscere il significato della parola “merito” – tra l’altro inserita nell’intestazione del Ministero dell’Istruzione della nostra Repubblica – e ciò che la nostra Costituzione intende sottolineare quando parla di alunni ‘meritevoli, anche se privi di mezzi’ (art. 34). Ma “merito” non è prevaricazione, disprezzo, senso di superiorità! La scuola, chiamata a contribuire alla formazione “dell’uomo e del cittadino”, deve riconoscere i meriti dei/delle singoli/e allievi/e come risorsa in primo luogo personale e poi come contributo di ciascuno/a alla vita collettiva.☺

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