Un biodistretto che funziona
Dal 14 al 17 Maggio a Fabbrica di Roma si è avuto il primo festival del Biodistretto della via Amerina e delle Forre, un evento importante dopo quasi 15 anni di impegno sul territorio della bassa Tuscia e dei Cimini. L’Europa ha inserito il Biodistretto della via Amerina, che ormai presiedo da più di dieci anni, fra i primi tre Biodistretti in Europa; diversi sono stati gli attestati istituzionali e non solo, ma la cosa più importante non sono i riconoscimenti europei, nazionali e regionali, bensì i risultati sul territorio. Un’area importante di produttori biologici, 14 comuni, diverse associazioni della società civile, personalità accademiche dell’ Università della Tuscia, l’ associazione medici per l’ambiente (ISDE) e semplici cittadini, insieme, hanno costruito un’ esperienza originale per intervenire sulle criticità ambientali, per sostenere uno sviluppo sociale ed economico sostenibile, per affermare i princìpi della cooperazione e della solidarietà sociale e territoriale. Un percorso non semplice, in una fase storica nella quale l’impegno civile, il protagonismo sociale e la buona politica non sono proprio all’ordine del giorno.
Come i salmoni siamo stati costretti a risalire la corrente. Un percorso nel quale abbiamo dovuto fare i conti con l’inquinamento chimico, figlio della coltivazione intensiva della nocciola, con l’arroganza della multinazionale Ferrero e delle Associazioni dei produttori agricoli, con lo sfruttamento irragionevole di quella risorsa essenziale, quale è l’acqua, con il tentativo ricorrente di trasformare le centinaia di cave in discariche, con la selvaggia occupazione di suolo agricolo fertile con pannelli solari e pale eoliche, e da ultimo con la devastante possibilità di una discarica di 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi e scorie nucleari nel cuore del Biodistretto.
Questa storia ci è parso utile scrivere in un libro di 140 pagine: Cura del territorio e transizione agroecologica. Un testo che ha un merito indiscutibile: quello di raccontare una storia vera, concreta e di presentare un’ esperienza che possa rivelarsi utile per quanti sentono l’urgenza del cambiamento e il bisogno di una nuova democrazia.
Questi alcuni dei punti fondamentalidel nostro testo:
a) Sono apparsi evidenti sin dal primo momento tre questioni di rilievo che hanno orientato la nostra iniziativa: il nesso inscindibile di un’agricoltura di qualità e la sostenibilità dell’intero territorio, la necessità di tenere insieme in un solo paradigma la essenzialità del conflitto e la proposta di un progetto alternativo, infine la relazione faticosa e virtuosa fra e con gli enti locali, in primo luogo i comuni.
Non è pensabile un’agricoltura bio, pulita, non inquinata, se è confinata in una riserva indiana. E non è pensabile un territorio virtuoso, se l’agricoltura non diviene essa stessa nel suo insieme sostenibile. Una grande sfida, non certo un pranzo di gala.
b) Sin dal primo momento è apparso chiaro, proprio per dare consistenza alla nostra strategia, il rapporto con i comuni. Una relazione resa possibile dal consenso che il Biodistretto ha avuto sin dal primo momento fra i cittadini e che è stato fondamentale per raggiungere alcuni obiettivi strategici: l’ approvazione della legge regionale di promozione dei Biodistretti; l’articolo 13 sui Biodistretti della legge nazionale sul Biologico del 2022; la realizzazione sul territorio di progetti regionali, nazionali ed europei; la costituzione del GAL (gruppo di azione locale); le ordinanze e i regolamenti nei comuni per contrastare l’ inquinamento chimico del suolo, dell’aria e dell’acqua. Proprio sulle ordinanze comunali vi fu uno scontro particolarmente aspro, l’ordinanza esemplare di Nepi fu impugnata davanti al TAR dall’Assofrutti (l’organizzazione di centinaia e centinaia di produttori di nocciole) sostenuta da tutte le associazioni di categoria (Coldiretti, CIA e Confagricoltura). In quel periodo vi fu un pellegrinaggio nel Biodistretto della stampa nazionale e internazionale al punto che su di un quotidiano comparve un testo tutt’altro che innocente: “Complotto internazionale nella Tuscia contro la Ferrero”.
Ovviamente una grande balla, ma avevamo osato mettere in discussione il potere della terza multinazionale al mondo dell’ agro-industria, e dell’ imprenditore più ricco d’Italia.
c) Ciò che ha rappresentato e rappresenta una svolta radicale è la annunciata tragedia del cambiamento climatico. Ancora oggi non si ha la consapevolezza necessaria del ruolo centrale che ha l’agricoltura nell’affrontare questo problema epocale. I primi 60 cm del suolo sono il laboratorio della vita, lì è assorbita il doppio della CO2 che è in atmosfera, lì avvengono una infinità di operazioni chimiche e biochimiche senza le quali non avremmo vita sul pianeta. Trasformare questo laboratorio in una discarica chimica è una scelta gravissima, significherebbe liberare in atmosfera una quantità insostenibile di anidride carbonica. Il sistema di produzione agricola è quindi fondamentale, gli agricoltori non coltivano solo i prodotti della terra, ma anche l’acqua e l’anidride carbonica. Noi che pure abbiamo avuto conflitti molto seri con buona parte del mondo agricolo, sempre abbiamo affermato il valore fondamentale del dialogo con l’insieme del mondo agricolo.
Oggi passi avanti si sono fatti, il dialogo e le buone pratiche hanno aiutato, ma non vi è dubbio che le conseguenze del cambiamento climatico, la minaccia del deposito nucleare e l’arroganza della multinazionale Ferrero sono stati tutti fattori decisivi, perché almeno su alcune grandi contraddizioni l’insieme del mondo agricolo può e deve impegnarsi con spirito e volontà unitaria.
d) Vi sono mille ragioni che ci dicono quanto sia decisivo il produttore e la sua presenza nei campi. Garantire un reddito dignitoso agli agricoltori è quindi condizione fondamentale, perché la terra conservi i suoi ecosistemi e perché le aree rurali non siano abbandonate ad un futuro senza popolo.
Appunto un “reddito di contadinanza”.☺
