Un sorriso triste
3 Febbraio 2015
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Un sorriso triste

È da poco iniziato un nuovo anno, passata l’epifania si torna alla routine, chi sostiene purtroppo chi invece esclama per fortuna. Io mi ero ripromessa, per questo nuovo anno, di essere più propositiva, meno brontolona e polemica, e sebbene consapevole di non poter diventare un’illusa ottimista renziana tuttavia speravo in una vena di rinnovamento positivo.

Mi guardo intorno, e non ce la faccio. Mi scuso. Il mio equilibrio psichico si mantiene sulla problematizzazione, e non mi riesce purtroppo di tralasciare la domanda che pressante incombe nella mia mente da diversi giorni: “Se i Magi fossero giunti oggi, cosa avrebbero portato in dono?”. Gli orafi ben lo sanno, ormai l’oro non lo si regala neppure alle amanti, figuriamoci ai battesimi o alle nascite; non mi soffermo su questo concetto sebbene riterrei alquanto interessante rifletterci sopra, poiché aprirebbe digressioni filosofiche sul valore della vita e sulla obsolescenza programmata (non solo degli oggetti, a parer mio). Sono abbastanza sicura che al posto di incenso, mirra ed oro, oggi i doni consegnati sarebbero smartphone, tablet e i-pod. Trovo simpatico immaginare la grotta allietata da musica rock o Maria che gioca a Candy Crush mentre Giuseppe segue sul tablet il Gerusalemme contro il Betlemme nella finale di coppa campioni, e Gesù poverino piange e si sente ignorato anche se Maria distrattamente spinge con il piede la culla e a tratti interrompe Giuseppe dicendo: “Sai chi ci ha twittato gli auguri? L’arcangelo. Che brava persona. Invece dalla tua famiglia niente, se non chiamo io nessuno si vede!”, ed in tutto questo la stella ovviamente fungerebbe da wi-fi. Mi correggo: non è un sorriso simpatico, ma triste, eppure è quello che vedo guardandomi in giro.

L’altra sera ero in pizzeria a mangiare una pizza con amici, al tavolo accanto due coppie cenavano (si fa per dire) insieme; le fidanzate truccate e agghindate di tutto punto scorrevano con il loro dito lo smartphone appena ricevuto in regalo dagli altrettanto alienati compagni che invece scaricavano “app” e si interrompevano a vicenda solo per consigliarsi il tipo di RAM migliore per conservare i dati per poi tornare a chiudersi nel loro autistico mondo virtuale, quando ad un certo punto il mio insight: le ragazze comunicavano tra loro attraverso il cellulare.

Ora, per quanto io voglia sforzarmi di guardare il lato positivo di questa situazione ormai frequentissima, sempre per mantenere fede al mio nuovo proposito annuale, l’unica cosa che sono riuscita a scorgere è che il mondo sta diventando per me un osservatorio privilegiato di patologie, il mio aggiornamento professionale posso farlo on the road; dunque per ciò che concerne il mio micro-sistema nulla da dire, tuttavia in un’ottica più generale mi domando come mai ciò accada. Vada il capitalismo, il consumismo, passi anche la desiderabilità sociale, senza dubbio i sostenitori della tecnologia mi risponderebbero “è il progresso, baby”, d’accordo su tutto, ma chi stabilisce il limite, anzi, c’è un limite?

Nel mio lavoro, spesso, i pazienti mi contattano con whatsapp, e devo riconoscere che lo strumento è molto comodo, utile e di certo economico, non so cosa ne penserebbe Freud, ma io non sono una fanatica del setting rigido e asettico, tuttavia alle volte capita che mi arrivino messaggi di contenuto esistenziale ai quali mi rendo conto di non poter rispondere usando una tastiera, rischierei di banalizzare il contenuto, oltre che avere remore di natura etica e deontologica.

Sempre più spesso la nuova tecnologia, specialmente nelle nuove generazioni, ha fatto sì che tutto sia pronto e disponibile nell’immediato, che venga raggiunto facilmente lasciando fuori la capacità di mantenere le situazioni in sospeso e quindi di tornarci su con la mente (intesa come insieme di capacità cognitive ed emotive) e dunque attribuire importanza e significato alle cose, alle persone, ai propri pensieri ed a se stessi.

Questa incapacità di posticipare un bisogno/desiderio, l’intolleranza verso le frustrazioni, i meccanismi bulimici, l’abuso e la dipendenza da sostanze (web e tecnologie in genere), il funzionamento impulsivo-compulsivo, ed infine l’isolamento sociale che a parer mio (diverso dall’isolamento autistico o schizoide)  nella forma più estrema in alcuni casi potrebbe essere inteso come autolesionismo, costituiscono i criteri di una società borderline anche abbastanza disorganizzata, che nel migliore dei casi darà vita ad altrettanti figli depressi, se non addirittura psicotici.

Ma forse esagero, scusate il mio catastrofismo; in realtà il fenomeno si spiega con il fatto che l’altro che abbiamo di fronte è diventato poco interessante e non riesce più a coinvolgerci in discussioni entusiasmanti; e pensare che mi avevano insegnato che solo dentro di noi ci sono le risorse per cambiare le cose, conversazioni incluse, e di non cercare mai la soluzione all’esterno tantomeno proiettare le colpe. Forse è questo il mio problema, ho frequentato persone noiose. Ora scusate, devo disfare l’albero. Buon anno.☺

 

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