Una stagione programmatoria
3 Luglio 2026
laFonteTV (4184 articles)
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Una stagione programmatoria

La lettura dei sondaggi politici mi ha sempre affascinato. Dietro ogni numero che si muove, una percentuale o una tendenza, ci sono ipotesi da confutare o semplici descrizioni delle intenzioni di voto. Ciò che balza subito agli occhi, tuttavia, è la velocità con la quale queste cifre si modificano, descrivendo un voto profondamente fluido. Probabilmente, fluido come la nostra stessa società.
I sondaggi, oggi, non misurano più l’appartenenza a un’idea o a una visione del mondo; spesso misurano l’efficacia del brand del leader del momento. È una dinamica che trasforma l’esercizio democratico del voto in un moto ondoso imprevedibile, privo di ancoraggi valoriali, dove le percentuali oscillano con la stessa identica velocità dei trend sui social media. Non siamo di fronte a una maturazione o a un’evoluzione politica, ma alla fotografia dell’ umore del momento di una società frammentata. Il rischio sistemico è evidente: la politica ha scambiato la rappresentanza con il marketing.
In questo contesto i leader costruiscono intorno a sé un brand individuale, e assistiamo alla nascita di nuove figure politiche generate dal nulla mediatico ed editoriale. Personaggi alla ricerca spasmodica di visibilità, ossessionati dalla necessità di far parlare di sé, anche a costo di mettere in discussione decenni di storia, di diritti faticosamente raggiunti, di lotte storiche contro le disuguaglianze e per le pari opportunità.
Diventa persino difficile pensare che qualcuno possa credere a certe affermazioni. Negare il femminicidio – che, vorrei ricordarlo, non indica il sesso della persona morta ma il motivo per cui è stata uccisa -, parlare liberamente di deportazione inventando nemici immaginari, stabilire gerarchie etniche e alimentare la paura: tutto questo non è pensiero politico. È solo un modo cinico per nutrire l’algoritmo dei social, ignorando deliberatamente le ricadute culturali e le derive sociali che tali provocazioni possono generare nella vita reale.
In uno scenario simile, la sinistra ha una responsabilità gigantesca. Esultare per il logoramento della destra dovuto ai travasi di voti interni tra i partiti di governo mostra quanto, a sinistra, non si sia ancora compreso che quel moto fluido può investire tutti. È un’onda che logora l’intero sistema, ingrossando progressivamente l’area dei cittadini indecisi o di chi si sente ormai alienato dalle dinamiche di partito. Presto torneremo a interrogarci ipocritamente sui motivi dell’astensionismo, o a stupirci della forza del voto dei più giovani, ma rischia di essere l’ennesimo, sterile esercizio di stile.
Molti cittadini vedono nella macchina dei partiti un sistema lento, sideralmente distante dalla vita reale, fatto di sgambetti interni, di rincorse personali e di autocelebrazione. La politica, dentro le segreterie, è diventata un fatto privato. Ma i “fatti” dei cittadini dove sono finiti? I partiti di centro-sinistra hanno ormai fiutato la possibilità di vittoria alle prossime elezioni politiche e le danze per la costruzione del cosiddetto “campo progressista” sono ufficialmente aperte. Ma mentre si avviano i complessi incastri per le coalizioni, si rischia di dimenticare la domanda fondamentale: in che modo tutto questo risponde ai bisogni reali delle persone?
Questo interrogativo è il nucleo del problema e si ricollega direttamente alle ricerche sociologiche sulle nuove generazioni: non c’è antipolitica in senso assoluto, c’è il rifiuto totale dell’autoreferenzialità. I cittadini cercano il bene comune, i partiti cercano il consenso immediato.
Mentre i palazzi della politica si concentrano sulle formule geometriche dei campi larghi, la realtà dei nostri territori esige risposte immediate, basate su una programmazione seria e su una governance che metta al centro la cura della vita. Non si può fare politica senza partire dai bisogni primari, che si declinano in alcuni pilastri inscindibili: l’acqua, il territorio, il sociale, il lavoro e la sanità.
L’acqua non è un semplice fattore economico, ma il prerequisito assoluto di ogni stabilità sociale e produttiva. La crisi climatica e la siccità minacciano le rese agricole, ma la vera criticità risiede nell’assenza di programmazione infrastrutturale: invasi, reti di distribuzione e canali efficienti sono gli unici strumenti per garantire la disponibilità irrigua e preservare l’ambiente. Questa risorsa alimenta un’agricoltura che ha nel biologico italiano un’eccellenza europea, ma che rischia il collasso sotto il peso degli shock geopolitici. Ripartire dall’agroecologia significa preservare la fertilità del suolo e difendere il territorio.
Un territorio abbandonato è un territorio fragile, esposto al dissesto idrogeologico e allo spopolamento delle aree interne. Qui la visione politica deve farsi concreta attraverso strumenti come il Reddito di Contadinanza, volto a sostenere il lavoro del contadino come “custode” e sentinella ambientale. Ma la cura del territorio non si ferma alla terra: si estende alla salute delle persone. La sanità territoriale è l’altro grande vulnus della frammentazione politica. Smantellare i pre- sìdi sanitari di prossimità in nome del profitto o di una gestione ragionieristica significa condannare le comunità all’isolamento e privarle del diritto fondamentale alla salute. Una sanità pubblica efficiente, integrata nel tessuto sociale delle aree interne, è l’unico vero argine contro la desertificazione demografica.
Personalmente, temo profondamente la perdita di quella libertà costruita pezzo dopo pezzo dalla nostra storia, pertanto nutro speranza per il campo progressista. Proprio per questo sono convinta che oggi vi sia un’unica alleanza davvero immaginabile e strutturale: quella con i cittadini e con la società civile. Il patrimonio delle tante associazioni che si occupano quotidianamente di tutela ambientale, di diritti civili e di supporto ai più fragili deve diventare la spina dorsale di una nuova stagione programmatoria.
Anche nel nostro Molise, la coalizione progressista ha avviato un percorso unitario. L’auspicio sincero è che questo cammino non si riduca a un mero posizionamento di bandierine, a una spartizione di quote interne o a una rincorsa all’ultimo sondaggio, ma che si trasformi in un processo realmente innovativo. Dobbiamo unire la gestione responsabile della risorsa idrica, la difesa della sanità pubblica e il sostegno a chi custodisce la terra. Perché la fluidità dei tempi attuali ci ricorda una lezione fondamentale: da soli, chiusi nei recinti dei vecchi apparati e distanti dai bisogni reali delle persone, non si va da nessuna parte.☺

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