Vertebre della poesia
La nuova raccolta di poesie di Giuseppe Grattacaso (Salerno 1957), Dei vertebrati, degli invertebrati, (Interno Poesia, 2025) prende il titolo da una onirica frase della raccolta di prose varie Horror vacui di Leonardo Sinisgalli (1945): «Sono vertebrati gli alberi, le foglie, i piedi, i cristalli, i muri, ecc. Sono invertebrati l’acqua, il fumo, le nuvole, la cenere, la polvere». Di conseguenza, il libro di Grattacaso, nonostante un titolo in apparenza ristretto al mondo animale, abbraccia tutta la nostra complessa realtà. Qui, «vertebrati» sono tanto il passero quanto la rosa; «invertebrati» le nuvole, il vento, gli aromi, come pure il cuore. A quest’ organo, muscolo ma anche suprema sede dei nostri sentimenti, il poeta dedica molti versi, delicati e profondi, come (p. 56): «quando glielo dico/ di prendere un contegno indifferente/ […], lui argomenta/ infastidito che al proprio cuore/ non si comanda di non fare il cuore».
Ma hanno un cuore – o piuttosto sono un cuore -, anche il ravanello, il cardo e la patata, perché con fine penetrazione ‘psicologica’ viene tracciato un ritratto umorale per una nutrita serie di verdure familiari alle nostre cucine, come il basilico, l’alloro, il cavolfiore, la zucca e molte altre (Gratta- caso ha anche curato il fantastico trattato di Maurice Maeterlinck L’intelligenza dei fiori: Elliot, 2022). Di queste nostre umili ma care essenze vegetali veniamo a conoscere aspirazioni, frustrazioni e sogni dell’ asparago di monte come del ravanello; apprensioni (del cardo, di patate, del carciofo, del peperone), facoltà di sorprendersi (il prezzemolo) o all’opposto di non meravigliarsi (così la cipolla). Ne visitiamo le gioie, come per le lattughe con le loro estasi, così come le malinconie, lo scoramento, l’intenerirsi, la malcontenta meditazione (di una melanzana priva di gaiezza). Contestualmente apprendiamo che «L’anima delle cose/ è nell’odore» (p. 99). Del resto una delle quattro epigrafi dell’intero libro (le altre tre attingono ad altre stelle polari dell’ autore: Maeterlinck, Lucrezio e Giovanni Pascoli) cita un frammento del Poema fisico del poeta e filosofo greco Empedocle che suona «Sappi che tutte le cose hanno pensiero e la propria intelligenza».
Un tema portante del libro è quello della nostra vita come «oscillazione», «so- spensione», «attesa», ed è legato a doppio filo con l’esperienza della pandemia di Covid-19. Spietatamente i nostri itinerari esistenziali sono visti così: «per qualche tempo rimanere in stallo/ tra un’ora e quella assente in sospensione,/ difetto di cadenza, oscillazione/ nell’incertezza, nel moto pendolare» (p. 61); e ancora: «solo l’oscillazione del percorso,/ l’eterno rimandare a un altro giorno/ il poco a poco che non giunge mai» (p. 66). Simbolo di questa condizione diviene un passero: «la vita senza peso dell’uccello», che «s’affida al vento e si fa guidare/ dalle impennate, dagli sbalzi d’aria,/ i vuoti repentini della mente,/ le raffiche smarrite che trafelano,/ disordinano il mondo».
Forse il vero nocciolo del ‘mes- saggio in bottiglia’ che ci consegna questa raccolta – sul piano filosofico piuttosto sgomenta, ma, sul piano dell’osservazione (poe- tica), incantata -, si coglie là dove in forma di un’apostrofe a Dio (ammesso che esista: p. 76; la sezione che lo coinvolge s’intitola Non vive e non è vita) ci s’interroga sul senso del grande spettacolo naturale, vagliando la dicotomia che contrappone da un lato il nostro bisogno di un qualche ultimo significato, che riscatti anche il male del mondo, il dolore, le infinite tragedie che ci precipitano intorno, e dall’altro quel plesso di male-dolore-tragedie cui diamo il nome di caos (p. 77):
Vogliamo tu e io lo stesso mondo,
le cose al loro posto, la verdura
lavata e regolata in chiare file,
la verza con la verza di comune
uniforme famiglia, i cavolfiori
o bianchi o verdi o viola ben disposti
per fasce di colore, meraviglia
la piramide esatta dei carciofi
mammole o con le spine, perché allora
io solo metto in ordine le zucche
sui piedistalli, conto le cipolle,
do un nome ai pomodori, riconosco
l’anima della rapa e del finocchio,
tu invece ancora insisti ad ignorare
le nostre aspirazioni, il tuo progetto
è idea confusa in evoluzione
permanente, teoria che disorienta
le lattughe, confonde le certezze
agli scalogni, disorienta i porri,
la tua trama non ha architettura,
è frutto solo di trascuratezza,
discorso senza senso in marcia sghemba,
io solo a dipanare la matassa,
tu invece sei la bava che aggroviglia,
l’intreccio irragionevole del ragno
che ha perso la misura del disegno
e tesse agguati senza alcun guadagno.
Siamo dunque soli, sul «cuore» della «umanità insensata della terra» (p. 99), singolarmente e caparbiamente tesi a ‘doma- re’ un mondo troppo ampio e sfuggente? Non importa, basta procedere per piccoli ortaggi e fiori, contemplando gli incredibili, ancorché minuscoli, segreti delle loro esistenze – con la scienza, e più con la poesia.
