avance di un uomo, in modo da non apparire spudorata. In altri termini, secondo questa discutibile interpretazione, la violenza eventualmente esercitata dal maschio per vincere la resistenza della donna, risulterebbe così a lei gradita, perché altrimenti non le sarebbe permesso di godere sessualmente. Questo detto, retaggio ancora oggi di violenza con un sotteso “tanto a lei piace”, diventa ancora più mostruoso se pensiamo alle spose bambine: scrivo spose ma intendo stupro legalizzato.
“Ogni volta che cala il sole, ti chiedi se sopravvivrai all’ennesima notte di violenza” racconta Khadjia, la più giovane divorziata di cui si abbia notizia, all’età di dieci anni, nel 2008, due anni dopo le nozze con il marito aguzzino quarantenne. La scrittrice yemenita Khadija Al-Salami, fu costretta dalla famiglia al matrimonio forzato con un uomo di vent’anni più grande, violento, che la massacrava di botte. Sulla sua storia, ha scritto e diretto un film, I am Nojoom, Age 10 and Divorced, un film soprattutto autobiografico, un film-specchio.
Racconta la regista in un’intervista: “Sono dovuta arrivare sull’orlo del suicidio. E mi sarei ammazzata di certo, se mio marito, stanco di quello che riteneva un comportamento inaccettabile, non mi avesse riportata alla mia famiglia. Li ha praticamente accusati di averlo imbrogliato sulla qualità della merce, come si fa con un elettrodomestico difettoso”. Così, dopo tre settimane di vita coniugale da incubo, Khadija si è salvata. Dodici anni, era l’età di Rubina, la bimba pakistana, sposata da un mese e mezzo con un uomo molto più anziano, quando si è impiccata nel bagno dei genitori, proprio un anno fa, ed è diventata il simbolo della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes. Rawan, la piccola connazionale, sposa anche lei a otto anni, proprio un anno fa, moriva dissanguata per le ferite interne riportate durante la prima notte di nozze. Qualche mese prima, a Siirt, nell’Anatolia sud-orientale, si toglieva la vita Kader, a soli tredici anni, pochi giorni dopo aver partorito il secondo figlio, in due anni di matrimonio, morto prematuro.
È uno schiaffo, terribile, alla civiltà dei diritti umani e, soprattutto, dei diritti dell’infanzia, il dramma delle spose bambine. Nonostante numerose Convenzioni e Carte internazionali, insieme a leggi nazionali, proibiscano il matrimonio di minori di diciotto anni senza il libero consenso, risulta che le nozze in età adolescenziale e addirittura puberale sono molto frequenti in alcuni Paesi, non soltanto musulmani. In Etiopia e in altri Paesi dell’Africa oc- cidentale, come anche in India, non sono infrequenti le nozze obbligate per piccole di età inferiore agli otto anni. In Pakistan, all’età di cinque anni, esse sono considerate pronte al matrimonio e educate a un atteggiamento servile nei confronti dei maschi. In Rajasthan, l’età nuziale scende addirittura ai tre anni.
Nel mondo, ogni anno, sono oltre 14 milioni, le bambine costrette a sposarsi. I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. Sono viste come un peso, nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. I mariti hanno almeno undici anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni.
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: due milioni di donne sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto.
Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. Alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano. Secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. “Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini – ha detto uno di loro al giornale -. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate”.
La soluzione? Per l’Icrw (Interna- tional Center for Research on Women) l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.☺
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Spose bambine | La Fonte TV
Il detto viene usato per indicare un atteggiamento, in base al quale la donna non potrebbe prendere iniziativa sessuale né tanto meno cedere subito alle avance di un uomo, in modo da non apparire spudorata. In altri termini, secondo questa discutibile interpretazione, la violenza eventualmente esercitata dal maschio per vincere la resistenza della donna, risulterebbe così a lei gradita, perché altrimenti non le sarebbe permesso di godere sessualmente. Questo detto, retaggio ancora oggi di violenza con un sotteso “tanto a lei piace”, diventa ancora più mostruoso se pensiamo alle spose bambine: scrivo spose ma intendo stupro legalizzato.
“Ogni volta che cala il sole, ti chiedi se sopravvivrai all’ennesima notte di violenza” racconta Khadjia, la più giovane divorziata di cui si abbia notizia, all’età di dieci anni, nel 2008, due anni dopo le nozze con il marito aguzzino quarantenne. La scrittrice yemenita Khadija Al-Salami, fu costretta dalla famiglia al matrimonio forzato con un uomo di vent’anni più grande, violento, che la massacrava di botte. Sulla sua storia, ha scritto e diretto un film, I am Nojoom, Age 10 and Divorced, un film soprattutto autobiografico, un film-specchio.
Racconta la regista in un’intervista: “Sono dovuta arrivare sull’orlo del suicidio. E mi sarei ammazzata di certo, se mio marito, stanco di quello che riteneva un comportamento inaccettabile, non mi avesse riportata alla mia famiglia. Li ha praticamente accusati di averlo imbrogliato sulla qualità della merce, come si fa con un elettrodomestico difettoso”. Così, dopo tre settimane di vita coniugale da incubo, Khadija si è salvata. Dodici anni, era l’età di Rubina, la bimba pakistana, sposata da un mese e mezzo con un uomo molto più anziano, quando si è impiccata nel bagno dei genitori, proprio un anno fa, ed è diventata il simbolo della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes. Rawan, la piccola connazionale, sposa anche lei a otto anni, proprio un anno fa, moriva dissanguata per le ferite interne riportate durante la prima notte di nozze. Qualche mese prima, a Siirt, nell’Anatolia sud-orientale, si toglieva la vita Kader, a soli tredici anni, pochi giorni dopo aver partorito il secondo figlio, in due anni di matrimonio, morto prematuro.
È uno schiaffo, terribile, alla civiltà dei diritti umani e, soprattutto, dei diritti dell’infanzia, il dramma delle spose bambine. Nonostante numerose Convenzioni e Carte internazionali, insieme a leggi nazionali, proibiscano il matrimonio di minori di diciotto anni senza il libero consenso, risulta che le nozze in età adolescenziale e addirittura puberale sono molto frequenti in alcuni Paesi, non soltanto musulmani. In Etiopia e in altri Paesi dell’Africa oc- cidentale, come anche in India, non sono infrequenti le nozze obbligate per piccole di età inferiore agli otto anni. In Pakistan, all’età di cinque anni, esse sono considerate pronte al matrimonio e educate a un atteggiamento servile nei confronti dei maschi. In Rajasthan, l’età nuziale scende addirittura ai tre anni.
Nel mondo, ogni anno, sono oltre 14 milioni, le bambine costrette a sposarsi. I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. Sono viste come un peso, nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. I mariti hanno almeno undici anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni.
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: due milioni di donne sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto.
Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. Alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano. Secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. “Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini – ha detto uno di loro al giornale -. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate”.
La soluzione? Per l’Icrw (Interna- tional Center for Research on Women) l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.☺
Il detto viene usato per indicare un atteggiamento, in base al quale la donna non potrebbe prendere iniziativa sessuale né tanto meno cedere subito alle avance di un uomo, in modo da non apparire spudorata. In altri termini, secondo questa discutibile interpretazione, la violenza eventualmente esercitata dal maschio per vincere la resistenza della donna, risulterebbe così a lei gradita, perché altrimenti non le sarebbe permesso di godere sessualmente. Questo detto, retaggio ancora oggi di violenza con un sotteso “tanto a lei piace”, diventa ancora più mostruoso se pensiamo alle spose bambine: scrivo spose ma intendo stupro legalizzato.
“Ogni volta che cala il sole, ti chiedi se sopravvivrai all’ennesima notte di violenza” racconta Khadjia, la più giovane divorziata di cui si abbia notizia, all’età di dieci anni, nel 2008, due anni dopo le nozze con il marito aguzzino quarantenne. La scrittrice yemenita Khadija Al-Salami, fu costretta dalla famiglia al matrimonio forzato con un uomo di vent’anni più grande, violento, che la massacrava di botte. Sulla sua storia, ha scritto e diretto un film, I am Nojoom, Age 10 and Divorced, un film soprattutto autobiografico, un film-specchio.
Racconta la regista in un’intervista: “Sono dovuta arrivare sull’orlo del suicidio. E mi sarei ammazzata di certo, se mio marito, stanco di quello che riteneva un comportamento inaccettabile, non mi avesse riportata alla mia famiglia. Li ha praticamente accusati di averlo imbrogliato sulla qualità della merce, come si fa con un elettrodomestico difettoso”. Così, dopo tre settimane di vita coniugale da incubo, Khadija si è salvata. Dodici anni, era l’età di Rubina, la bimba pakistana, sposata da un mese e mezzo con un uomo molto più anziano, quando si è impiccata nel bagno dei genitori, proprio un anno fa, ed è diventata il simbolo della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes. Rawan, la piccola connazionale, sposa anche lei a otto anni, proprio un anno fa, moriva dissanguata per le ferite interne riportate durante la prima notte di nozze. Qualche mese prima, a Siirt, nell’Anatolia sud-orientale, si toglieva la vita Kader, a soli tredici anni, pochi giorni dopo aver partorito il secondo figlio, in due anni di matrimonio, morto prematuro.
È uno schiaffo, terribile, alla civiltà dei diritti umani e, soprattutto, dei diritti dell’infanzia, il dramma delle spose bambine. Nonostante numerose Convenzioni e Carte internazionali, insieme a leggi nazionali, proibiscano il matrimonio di minori di diciotto anni senza il libero consenso, risulta che le nozze in età adolescenziale e addirittura puberale sono molto frequenti in alcuni Paesi, non soltanto musulmani. In Etiopia e in altri Paesi dell’Africa oc- cidentale, come anche in India, non sono infrequenti le nozze obbligate per piccole di età inferiore agli otto anni. In Pakistan, all’età di cinque anni, esse sono considerate pronte al matrimonio e educate a un atteggiamento servile nei confronti dei maschi. In Rajasthan, l’età nuziale scende addirittura ai tre anni.
Nel mondo, ogni anno, sono oltre 14 milioni, le bambine costrette a sposarsi. I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. Sono viste come un peso, nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. I mariti hanno almeno undici anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni.
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: due milioni di donne sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto.
Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. Alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano. Secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. “Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini – ha detto uno di loro al giornale -. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate”.
La soluzione? Per l’Icrw (Interna- tional Center for Research on Women) l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.☺
“Vis grata puellae” (la violenza è gradita alla fanciulla), è un detto latino derivato da un verso dell'Ars amatoria di Ovidio.
Il detto viene usato per indicare un atteggiamento, in base al quale la donna non potrebbe prendere iniziativa sessuale né tanto meno cedere subito alle avance di un uomo, in modo da non apparire spudorata. In altri termini, secondo questa discutibile interpretazione, la violenza eventualmente esercitata dal maschio per vincere la resistenza della donna, risulterebbe così a lei gradita, perché altrimenti non le sarebbe permesso di godere sessualmente. Questo detto, retaggio ancora oggi di violenza con un sotteso “tanto a lei piace”, diventa ancora più mostruoso se pensiamo alle spose bambine: scrivo spose ma intendo stupro legalizzato.
“Ogni volta che cala il sole, ti chiedi se sopravvivrai all’ennesima notte di violenza” racconta Khadjia, la più giovane divorziata di cui si abbia notizia, all’età di dieci anni, nel 2008, due anni dopo le nozze con il marito aguzzino quarantenne. La scrittrice yemenita Khadija Al-Salami, fu costretta dalla famiglia al matrimonio forzato con un uomo di vent’anni più grande, violento, che la massacrava di botte. Sulla sua storia, ha scritto e diretto un film, I am Nojoom, Age 10 and Divorced, un film soprattutto autobiografico, un film-specchio.
Racconta la regista in un’intervista: “Sono dovuta arrivare sull’orlo del suicidio. E mi sarei ammazzata di certo, se mio marito, stanco di quello che riteneva un comportamento inaccettabile, non mi avesse riportata alla mia famiglia. Li ha praticamente accusati di averlo imbrogliato sulla qualità della merce, come si fa con un elettrodomestico difettoso”. Così, dopo tre settimane di vita coniugale da incubo, Khadija si è salvata. Dodici anni, era l’età di Rubina, la bimba pakistana, sposata da un mese e mezzo con un uomo molto più anziano, quando si è impiccata nel bagno dei genitori, proprio un anno fa, ed è diventata il simbolo della campagna “Indifesa” di Terres des Hommes. Rawan, la piccola connazionale, sposa anche lei a otto anni, proprio un anno fa, moriva dissanguata per le ferite interne riportate durante la prima notte di nozze. Qualche mese prima, a Siirt, nell’Anatolia sud-orientale, si toglieva la vita Kader, a soli tredici anni, pochi giorni dopo aver partorito il secondo figlio, in due anni di matrimonio, morto prematuro.
È uno schiaffo, terribile, alla civiltà dei diritti umani e, soprattutto, dei diritti dell’infanzia, il dramma delle spose bambine. Nonostante numerose Convenzioni e Carte internazionali, insieme a leggi nazionali, proibiscano il matrimonio di minori di diciotto anni senza il libero consenso, risulta che le nozze in età adolescenziale e addirittura puberale sono molto frequenti in alcuni Paesi, non soltanto musulmani. In Etiopia e in altri Paesi dell’Africa oc- cidentale, come anche in India, non sono infrequenti le nozze obbligate per piccole di età inferiore agli otto anni. In Pakistan, all’età di cinque anni, esse sono considerate pronte al matrimonio e educate a un atteggiamento servile nei confronti dei maschi. In Rajasthan, l’età nuziale scende addirittura ai tre anni.
Nel mondo, ogni anno, sono oltre 14 milioni, le bambine costrette a sposarsi. I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. Sono viste come un peso, nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. I mariti hanno almeno undici anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni.
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: due milioni di donne sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto.
Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. Alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano. Secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. “Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini – ha detto uno di loro al giornale -. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate”.
La soluzione? Per l’Icrw (Interna- tional Center for Research on Women) l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.☺
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