L’immigrazione di milioni di disperati costituisce un processo inevitabile dinanzi alle difficili condizioni economiche e sociali che caratterizzano la vita di miliardi di persone. Mentre infatti gran parte di noi godono di livelli di vita migliori rispetto a quelli registrati nel passato, numerosi altri rimangono disperatamente poveri.
Nei paesi in via di sviluppo si conta la presenza di 4,6 miliardi di esseri umani; gran parte di questi risultano essere vittime di un liberismo selvaggio e senza regole: una forma di sviluppo, che ha globalizzato l’economia, ma non ha reso esigibili i fondamentali diritti naturali dell’uomo. Tra questi vale la pena ricordare:
il diritto volto a garantire a tutti un reddito dignitoso (il miliardo di persone, che risiede nelle nazioni industrializzate, guadagna il 60% del reddito mondiale, mentre 3,5 miliardi di soggetti, che vivono nei paesi a basso reddito, percepiscono meno del 20% dell’intera ricchezza);
il diritto teso a garantire a tutti la libertà dalla fame e dalla sete (circa 826 milioni di esseri umani non dispongono di cibo a sufficienza per condurre delle esistenze normali, sane e attive; un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile;
il diritto alla salute (circa 2,4 miliardi di persone non dispongono dei servizi sanitari essenziali; 11 milioni di bambini, al di sotto dei cinque anni di età, muoiono ogni anno per cause evitabili);
il diritto all’alfabetizzazione (850 milioni di individui sono analfabeti; quasi 325 milioni di bambini e bambine non frequentano le scuole);
il diritto a vivere un’infanzia serena (solo nei paesi in via di sviluppo, il lavoro minorile coinvolge circa 250 milioni di esseri umani: tutti con un’età compresa fra i 5 e i 14 anni);
il diritto al lavoro (nel mondo 60 milioni di giovani sono, senza successo, alla ricerca di un’occupazione; circa l’80% di essi vive nei paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione verso l’economia di mercato);
il diritto al lavoro legale (il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro ha visto l’emergere di un’economia decisamente informale: questa, nel suo insieme, assorbe la metà di tutti i lavoratori del mondo, e, in alcune Nazioni, come ad esempio il Bangladesh o il Pakistan, tale percentuale arriva al 70%.
Dati dinanzi ai quali si pone la necessità di guardare agli immigrati che giungono nel nostro Paese come persone portatrici non solo di bisogni, ma anche di storie di vita dolorose. Si rende inoltre necessario superare l’immagine stereotipata di uno straniero che sa solo delinquere, dimenticando che producono il 9% del PIL, che pagano 4 miliardi di tasse e che, molto spesso, percepiscono retribuzioni decurtate del 30-40%. Da qui la necessità di rigettare ogni provvedimento legislativo volto a veicolare forme di esclusione che nulla hanno a che vedere con i dettami della nostra Costituzione e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. ☺
a.miccoli@cgilmolise.i
L’immigrazione di milioni di disperati costituisce un processo inevitabile dinanzi alle difficili condizioni economiche e sociali che caratterizzano la vita di miliardi di persone. Mentre infatti gran parte di noi godono di livelli di vita migliori rispetto a quelli registrati nel passato, numerosi altri rimangono disperatamente poveri.
Nei paesi in via di sviluppo si conta la presenza di 4,6 miliardi di esseri umani; gran parte di questi risultano essere vittime di un liberismo selvaggio e senza regole: una forma di sviluppo, che ha globalizzato l’economia, ma non ha reso esigibili i fondamentali diritti naturali dell’uomo. Tra questi vale la pena ricordare:
il diritto volto a garantire a tutti un reddito dignitoso (il miliardo di persone, che risiede nelle nazioni industrializzate, guadagna il 60% del reddito mondiale, mentre 3,5 miliardi di soggetti, che vivono nei paesi a basso reddito, percepiscono meno del 20% dell’intera ricchezza);
il diritto teso a garantire a tutti la libertà dalla fame e dalla sete (circa 826 milioni di esseri umani non dispongono di cibo a sufficienza per condurre delle esistenze normali, sane e attive; un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile;
il diritto alla salute (circa 2,4 miliardi di persone non dispongono dei servizi sanitari essenziali; 11 milioni di bambini, al di sotto dei cinque anni di età, muoiono ogni anno per cause evitabili);
il diritto all’alfabetizzazione (850 milioni di individui sono analfabeti; quasi 325 milioni di bambini e bambine non frequentano le scuole);
il diritto a vivere un’infanzia serena (solo nei paesi in via di sviluppo, il lavoro minorile coinvolge circa 250 milioni di esseri umani: tutti con un’età compresa fra i 5 e i 14 anni);
il diritto al lavoro (nel mondo 60 milioni di giovani sono, senza successo, alla ricerca di un’occupazione; circa l’80% di essi vive nei paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione verso l’economia di mercato);
il diritto al lavoro legale (il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro ha visto l’emergere di un’economia decisamente informale: questa, nel suo insieme, assorbe la metà di tutti i lavoratori del mondo, e, in alcune Nazioni, come ad esempio il Bangladesh o il Pakistan, tale percentuale arriva al 70%.
Dati dinanzi ai quali si pone la necessità di guardare agli immigrati che giungono nel nostro Paese come persone portatrici non solo di bisogni, ma anche di storie di vita dolorose. Si rende inoltre necessario superare l’immagine stereotipata di uno straniero che sa solo delinquere, dimenticando che producono il 9% del PIL, che pagano 4 miliardi di tasse e che, molto spesso, percepiscono retribuzioni decurtate del 30-40%. Da qui la necessità di rigettare ogni provvedimento legislativo volto a veicolare forme di esclusione che nulla hanno a che vedere con i dettami della nostra Costituzione e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. ☺
L’immigrazione di milioni di disperati costituisce un processo inevitabile dinanzi alle difficili condizioni economiche e sociali che caratterizzano la vita di miliardi di persone. Mentre infatti gran parte di noi godono di livelli di vita migliori rispetto a quelli registrati nel passato, numerosi altri rimangono disperatamente poveri.
Nei paesi in via di sviluppo si conta la presenza di 4,6 miliardi di esseri umani; gran parte di questi risultano essere vittime di un liberismo selvaggio e senza regole: una forma di sviluppo, che ha globalizzato l’economia, ma non ha reso esigibili i fondamentali diritti naturali dell’uomo. Tra questi vale la pena ricordare:
il diritto volto a garantire a tutti un reddito dignitoso (il miliardo di persone, che risiede nelle nazioni industrializzate, guadagna il 60% del reddito mondiale, mentre 3,5 miliardi di soggetti, che vivono nei paesi a basso reddito, percepiscono meno del 20% dell’intera ricchezza);
il diritto teso a garantire a tutti la libertà dalla fame e dalla sete (circa 826 milioni di esseri umani non dispongono di cibo a sufficienza per condurre delle esistenze normali, sane e attive; un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile;
il diritto alla salute (circa 2,4 miliardi di persone non dispongono dei servizi sanitari essenziali; 11 milioni di bambini, al di sotto dei cinque anni di età, muoiono ogni anno per cause evitabili);
il diritto all’alfabetizzazione (850 milioni di individui sono analfabeti; quasi 325 milioni di bambini e bambine non frequentano le scuole);
il diritto a vivere un’infanzia serena (solo nei paesi in via di sviluppo, il lavoro minorile coinvolge circa 250 milioni di esseri umani: tutti con un’età compresa fra i 5 e i 14 anni);
il diritto al lavoro (nel mondo 60 milioni di giovani sono, senza successo, alla ricerca di un’occupazione; circa l’80% di essi vive nei paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione verso l’economia di mercato);
il diritto al lavoro legale (il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro ha visto l’emergere di un’economia decisamente informale: questa, nel suo insieme, assorbe la metà di tutti i lavoratori del mondo, e, in alcune Nazioni, come ad esempio il Bangladesh o il Pakistan, tale percentuale arriva al 70%.
Dati dinanzi ai quali si pone la necessità di guardare agli immigrati che giungono nel nostro Paese come persone portatrici non solo di bisogni, ma anche di storie di vita dolorose. Si rende inoltre necessario superare l’immagine stereotipata di uno straniero che sa solo delinquere, dimenticando che producono il 9% del PIL, che pagano 4 miliardi di tasse e che, molto spesso, percepiscono retribuzioni decurtate del 30-40%. Da qui la necessità di rigettare ogni provvedimento legislativo volto a veicolare forme di esclusione che nulla hanno a che vedere con i dettami della nostra Costituzione e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. ☺
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