La linea concentrica
Maura era la mia vicina di letto. Dipingeva dalla mattina alle otto, dopo la colazione, fino alla sera verso le 23.30 quando io, stanca, le chiedevo se poteva spegnere la luce grande e se si dormiva. Mi rispondeva, hai ragione cara, dava degli ultimi tiri alla sigaretta elettronica che aveva nascosto nell’album, nascosto per modo di dire, perché l’odore del cinnamomo riempiva la stanza e lei era incurante degli altri, nel senso che non cercava di sottrarsi allo sguardo d’infermieri e medici quando entravano. Le sigarette, quelle vere, le teneva quelle sì nascoste in una scatola di metallo con le medicine antidolore e non so cos’altro; la scatola era finemente bordata di fiorellini cremisi, al centro vi era raffigurata una ragazzina con le trecce, mi pare, e un vestitino a fiorellini, stile liberty, come in stile liberty mi era apparsa Maura, alla porta, la prima volta che era entrata. Aveva un lungo vestito estivo, scollatura tonda, fondo nero con cascate di fiori primaverili, rossi, gialli, rosa: una giornata di mare pensavi, si potrebbe andare al mare. In testa un turbante grigio, gli occhi blu cobalto che ti scrutavano a fondo sorridendo o forse non guardandoti.
Non era importante la sua magrezza, le vene rigonfie nelle braccia esili, né la sua testa calva quando levava il turbante; non si faceva caso al suo male quanto invece alla sua tenacia e alla sua bravura nel ricopiare tutto il giorno quadri d’autore con matite Faber Castell cui faceva la punta diligentemente e spesso. In quei giorni, mi pare, avesse un libro di Hopper che le aveva regalato il figlio e che lei amava molto come pittore. Abbiamo parlato di noi, ovvio, ma poche sintetiche cose, quelle sì in linea verticale; conoscenza assoluta come avviene solo negli ospedali quando sosti per vari giorni fra il prima e il dopo l’operazione.
Paolo l’ho conosciuto il giovedì, il giorno prima di operarmi, giovane scattante, impaziente, con nessuna voglia di stazionare in quel luogo, doveva essere altrove, giovane com’era. Con Paolo ci incontravamo specialmente di notte, quando i parenti vanno via e levano i loro occhi dolenti e dubbiosi dalla tua faccia e tu puoi aprire finalmente il lenzuolo, la faccia, le urla, le maledizioni, i dolori, la pancia che ti fa male o il fianco o la gamba e non devi fingere mentre giocano tutti a dirti che devi fare così ma no è meglio cosi. Tu sopporti appena il peso della tua testa che è diventata una barca che gioca e che vola in un mare che non conosci, vedi un sole abbagliante che ti circonda. Poi arrivano Michel Jackson e Laurie Anderson e David Bowie e Jim Morrison, ognuno con il suo passo, il suo odore, il suo colore ed il suo ritmo. Vengono verso di te con le loro performance, ti trascinano giù, su, giù: i colori sono quelli del mare, del sole, della terra. Poi Billie Holiday li unisce tutti, fa un fiore immenso che io taglio con la mia piccola taglierina che porto sempre e ne faccio una margherita multicolore per esporla al mio prossimo libro d’arte che deve parlare assolutamente del centro, del cuore. Non è stata per me una linea verticale, anche se ho pensato di morire o forse ci ho pensato ed ho scritto solo il giorno prima di operarmi, in un quaderno a fiori, pagine per i miei figli e per altre due tre persone, su come volevo morire, come volevo essere cremata, come volevo con mongolfiere e bigliettini essere dispersa nelle acque di Termoli.
Questo è stato la sera prima, dopo ho cominciato a tessere una rete concentrica di passato, presente e futuro, dove eravamo noi pazienti, microcosmo del dolore, attori non banali, un mondo che non sempre esce in verticale per tornare a casa. Paolo, la quarta notte, mi parlò del melanoma che gli avevano scoperto vicino all’alluce l’anno scorso e di come ora gli avessero congelato i vasi a quasi mezza gamba e come avessero previsto fra altri sei mesi, dopo la chemio, un’altra operazione. – Se ce la farò, mi diceva con sguardo dritto e doloroso, le metastasi sono ovunque. –
Per questo forse avevo visto i genitori piangere sconsolatamente nell’altro corridoio prima di entrare nella sua stanza, sconsolatamente ma con pudore e dignità segni che avevamo tutti noi nel reparto. Il marito di Maura arrivava con un pacco di giornali o libri e le diceva dolcemente – vuoi che stia qui a tenerti compagnia? – ma Maura era tutta concentrata nel suo disegno e lui si spostava nel salotto. Con Maura abbiamo sorriso di tanto amore di famiglia che ci salta nel cuore e cerca conferme e stabilità, noi invece in quei momenti vogliamo respirare al di fuori delle cure, correre a fumare una sigaretta di nascosto se si può. Già le ore sono con intervalli ben scanditi: dal termometro, dalla febbre, dalle flebo, dal dolore delle vene che scappano, dall’ improvviso ricordarti che non ce la fai proprio non ce la fai più, dall’improvviso ridere convulso che ti sposta cannule e sondini per cui rimani bloccata e senza respiro e vorresti urlare di andare via.
Invece siamo lì tutti bravi: se resilienza vuol dire modalità di accordarsi con la morte o con la vita sospesa per creare qualcosa di nuovo e di buono per gli altri e per sé per andare avanti, l’abbiamo attraversata tutti. I clown invece sono arrivati di sabato, già ero in piedi non come i primissimi giorni: il secondo ti mettono seduta su poltrona o sul letto, le calze ti fanno male ma servono ai trombi, sembri un uovo di pasqua. Il sondino ti fa vomitare ma serve a salvarti la pelle. Il catetere, l’eparina, cinque o sei flebo inserite in un ago, la vena che va via sempre, ma servono a nutrirti, a non farti sentire dolore: le vene svuotate scappate, le tue braccia sono tutte un ematoma. Ma in ultimo chiameremo l’anestesista, resista, un passo alla volta.
Ho parlato di teatro e di libri (nel soggiorno c’era una piccola libreria) anche con Maddalena una parente di Maria, che era l’unica che sapevamo che certamente non ce l’avrebbe fatta. Cerea, immobile nel suo letto sempre tranne il sabato quando arrivavano i parenti; allora si faceva sedere su una sedia a rotelle, si faceva pettinare bene la frangia e i capelli radi bruni e si faceva mettere un poco di rossetto. Cercava di sorridere e dire qualche parola. Anche io e Maura un giorno abbiamo iniziato a farci belle mettendo un burro di cacao rosato, ed abbiamo fumato di nascosto sul terrazzo mentre lei mi raccontava del suo organizzare cultura, tanti anni fa a Forlì. Un passato remoto che la scaldava appena, non certamente come Hopper e le sue matite ora o i nostri brevi sguardi d’intesa e di connivenza tra i due letti.
Franco era un uomo molto bello, nella stanza cinquanta, accanto alla mia, ci salutavamo senza dirci una parola, ci scambiavamo sorrisi complici.
La complicità è il sentimento che accomunava noi pazienti: una complicità fra eguali: io so – tu sai, ci proteggevamo reciprocamente in questa fragile rete di giorni da dove erano esclusi gli altri: quelli che vengono da fuori, familiari e non e il personale medico. Io passo e vedo che tu stai facendo quello che io ho subìto due ora fa e ti sorrido e tu rispondi con un sorriso complice. Lo stare meglio o peggio lo notavamo immediatamente senza che nessuno ma proprio nessuno proferisse parola. Il passo più veloce o lento il respiro affrettato o rallentato, la notte i lamenti, la notte le notti che non passavano mai.
Leggendo le notti bianche di Dostoevskij respiravo l’amore, parole d’amore e venivo salvata dai baratri e programmavo il futuro, pensavo ai viaggi, e dicevo a Maura seduta a disegnare due attonite donne ad un bar americano – voglio andare a Santorini! Non l’ho mai vista e la voglio vedere!- Questa era la nostra linea, confusamente concentrica e colorata, empatica e a volte felice.
Maura, mi ha telefonato il figlio Franco ieri, dopo sedazione profonda, è morta stamattina alle 6.20.
Credo che finché avrà potuto, abbia sfumacchiato le sue sigarette ed abbia pensato che nei suoi visi disegnati ci fossero l’anima, il colore, lo spirito, la salvezza, la vera essenza nel piccolo inferno che è l’ospedale reparto chirurgia oncologica, settimo piano, Forlì.☺
