La sovraesposizione
8 Giugno 2023
laFonteTV (4253 articles)
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La sovraesposizione

Se c’è un vocabolo, tra quelli della lingua inglese, che preferisco è senz’altro il verbo share [pronuncia scer], che, come è noto, traduce l’italiano “condividere”: “dividere insieme con altri, avere in comune”, non sono altro che i princìpi basilari della società umana, il fulcro della convivenza civile. Se, nel corso della storia, i gruppi umani hanno dato vita a popolazioni e Stati – magari in opposizione ad analoghi gruppi – ciò è stato possibile perché hanno messo in comune risorse, conoscenze, scoperte e tale condivisione ha contribuito a far crescere le comunità, a consentire l’evoluzione e il progresso. Potrebbe sembrare inopportuna tale considerazione a fronte di un contesto storico in cui si è ripresentata – ma quando mai era sparita! – la guerra, che ci vede ancora registrare conflitti tra le diverse nazioni, che lascia spazio alle armi e non al dialogo. Bel modo di condividere!
Paradossalmente la realtà virtuale che frequentiamo ormai da alcuni decenni ha posto a fondamento proprio l’azione del condividere: quando si naviga in rete, oppure ci si collega ad un social o si inviano e-mail, una delle opzioni che compaiono immancabilmente sul nostro schermo è proprio “condivi- di” – in inglese share – e anche se non sempre vi facciamo ricorso, ognuno di noi ha presente questa funzione e ne conosce il senso. Non c’è che da rallegrarsi per questo: nonostante si critichi tanto l’abitudine di stare sempre connessi ad internet, anche se rimproveriamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze che continuamente affondano il viso nel proprio smatphone, la possibilità che i mezzi tecnologici ci offrono, ossia rendere partecipi altre persone di ciò che a noi piace o interessa, è un segnale molto positivo di interconnessione e consapevolezza sociale.
A tutto però c’è un limite, ogni attività presenta i suoi ‘pro’ e i suoi ‘contro’, anche quelle su internet. È di qualche mese fa la notizia, riportata dagli organi di stampa, che “la Francia si prepara ad approvare una stretta sulla pubblicazione di foto dei minorenni da parte dei genitori. Una proposta di legge, che punta a fermare drasticamente la pubblicazione “senza limiti” di foto di bambini sui social, ha ricevuto la settimana scorsa il via libera dell’Assemblea nazionale”. Il riferimento è a quel fenomeno che con un neologismo in inglese è chiamato sharenting [pro-nuncia scerenting]. Comparso nei dizionari da non molti anni – circa dal 2016 – il vocabolo è un termine composto da due forme verbali, share appunto e parent, genitore, nel nostro caso inteso come azione, vale a dire “supervisione del genitore”.
I responsabili principali di tale pratica sono senza dubbio quei genitori che avvertono il bisogno di far conoscere ad altri i propri figli, pubblicando foto o video dei loro piccoli in svariate situazioni: tale “sovraespo-sizione” è anche una diretta conseguenza di ciò che ormai i mezzi di comunicazione consentono, di quel fascino attrattivo che la rete e il mondo dei social esercitano in ciascuno di noi. Si potrebbe obiettare come non ci sia nulla di male a mostrare la foto di un/a bel/la neonato/a o un/a bambino/a che gioca tranquillamente: al riguardo nessuna contestazione, anzi sono queste le immagini che gradiremmo vedere a fronte di quelle relative a guerre, violenze, tragedie … ma è di vitale importanza conoscere il canale che dovrebbe veicolare tali immagini, saperlo scegliere e proteggere ciò che pubblichiamo da “occhi indiscreti”.
Se lo sharenting sta diventando un problema sociale in alcuni Paesi credo che il fenomeno possa interessare anche noi, spingendoci a considerare il nostro rapporto con la rete, che è – lo sottolineo – una risorsa ormai irrinunciabile, un mezzo rivoluzionario di cui ormai non possiamo fare a meno. Gianluigi Bonanomi, esperto di tale pratica, indica tra le conseguenze dello sharenting, oltre l’imbarazzo legittimo dei figli – una volta cresciuti -, la totale ingenuità di alcuni genitori che non sanno a cosa possono andare incontro: la violazione della privacy, la condivisione di dati privati; la mancanza di sicurezza che poi potrebbe tradursi in azione di malintenzionati, il furto di identità, o peggio l’ adescamento, il cyberbullismo – un video ‘imbarazzante’ potrebbe fornire ai bulli materiale per derisione e ingiuria!
Overshare, in aggiunta, lo definisce Blair Koening, autrice di New York – il prefisso over indica la quantità eccessiva! La soluzione da lei prospettata – sempre in campo mediatico – è stata la creazione di un blog in cui i genitori molto inclini alla condivisione online possano confrontarsi e recedere dal pubblicare “tutte quelle immagini che potrebbero sembrare carine ma che in realtà non sarebbe il caso che il mondo vedesse”.
Non appaia in contraddizione il mio “elogio della condivisione” con la cautela imposta da uno smodato sharenting: i minori, coloro i quali ancora non hanno capacità giuridica, ovvero che non possono difendersi, hanno bisogno di adulti consapevoli che, oltre all’affetto, sappiano proteggerli e guidarli in quello che sarà il loro mondo domani.☺

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