vecchio e nuovo
3 Luglio 2011
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vecchio e nuovo

 

Il nostro glossario si sofferma questa volta su un vocabolo che è entrato a pieno titolo nel linguaggio quotidiano: vintage [pronuncia: vintig].

“Antiquato, retrogrado, obsoleto” erano le definizioni – neanche tanto gentili – che tempo addietro utilizzavamo per indicare qualcosa (forse anche “qualcuno”!)  di superato, vecchio, legato ad un’epoca ormai trascorsa: oggi, guidati dalla abitudine, tutta anglosassone, del politicamente corretto, ci affidiamo al termine inglese vintage, la cui accezione invece è fortemente positiva.

Vintage è un sostantivo il cui significato primario è “vendemmia”, al quale si associano anche quello di “annata” cui il prodotto fa riferimento, oppure di “riserva pregiata” di un vino. In senso figurato la parola indica l’età di un prodotto, vale a dire la stagionatura.

Per estensione il vocabolo però non indica più un oggetto o un evento, bensì la sua collocazione temporale: d’epoca, d’annata, ecc. Di qui il diffuso utilizzo nel linguaggio contemporaneo: dire che qualcosa è vintage non equivale più a disprezzare, a relegare ad un tempo passato, dimenticato; al contrario, ciò che appartiene ad “un’altra epoca” viene invece valorizzato, riportato alla luce, ri-utilizzato. E tale tendenza si traduce nei vari mercati dell’usato, in cui sono esposti articoli tra i più svariati, dagli utensili agli abiti; nella cura per la conservazione degli oggetti della nonna; nella ricerca, a volte spasmodica, di rari pezzi di “antiquariato” in tutti i settori, dai mobili alle automobili. Sono numerosi gli esempi riconducibili al vintage.

Viene da chiedersi: si tratta di passatismo, mania da collezionisti, gusto “demodé”, oppure il vintage costituisce, nella rivalutazione di ciò che è stato, una scuola di stile cui attenersi?

Ancora una volta vecchio e nuovo entrano in conflitto: e il nuovo è rappresentato da un contesto economico e culturale che tende a liquidare rapidamente ogni oggetto, destinandolo all’“obsolescenza”: si consideri quanto avviene soprattutto in campo informatico, dove beni tecnologici come computer, cellulari, “invecchiano” con una velocità sorprendente ed obbligano il consumatore alla loro sostituzione.

Tra le due spinte contrapposte sembra riaffiorare un detto di pregnante saggezza, quello che tante volte, da ragazzo, ho sentito pronunciare in casa: “Ogni antichità ritorna a moda”. Erano gli anni sessanta e il benessere delle famiglie italiane cominciava lentamente a crescere senza perdere di vista, negli acquisti di ogni genere, quell’accortezza, quella parsimonia, quell’oculatezza, finanche il rispetto per essi: un cappotto, una giacca, se trattati con cura, potevano essere “rovesciati”  e riutilizzati.  La morte non è uguale per tutte le cose: ci sono oggetti che cominciano a invecchiare solo dopo aver attraversato la morte. Un giocattolo invecchia dopo che si è rotto, dopo che è morto, scrive  Erri De Luca.

Qualche settimana fa – mi si perdoni l’ardito accostamento – è stato sottratto alla “morte” un istituto politico, il referendum, “in coma da sedici anni”, come autorevolmente affermato da un noto giornalista. Partecipazione attiva alla consultazione, informazione corretta ma effettuata attraverso canali non ufficiali, consapevolezza civile, sono soltanto alcuni degli elementi distintivi di questo evento che ha visto protagonisti i cittadini italiani, riappropriatisi del significato profondo della parola democrazia.

Ciò che sembrava a tutti obsoleto è tornato ad essere vintage.☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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