Don Milani nel cuore
Fino all’età di tredici anni sono cresciuta nell’oratorio di Santa Lucia, cuore di Quarto Oggiaro, quartiere popolare della periferia milanese; tra gli anni ‘70 e i primi anni ‘80, quando io vivevo lì, Quarto Oggiaro era una realtà difficile, dove gli sforzi di progresso guidati da adulti illuminati precipitavano facilmente in sacche profonde di povertà e sottocultura. Erano i tempi della mala milanese, del terrorismo, dell’eroina e a Quarto Oggiaro le chance di salvezza per i giovani erano la scuola o una famiglia vigile o l’oratorio. A me sono spettate tutte.
Nell’oratorio di Santa Lucia, coi suoi “don” dai modi spicci e franchi, talora severi ma sempre attenti alla vita di noi ragazzi, ho imparato le prime forme di impegno civico, il valore del lavoro comunitario, dell’ascolto e della riflessione critica condivisa; lì, per me, il Vangelo è stato prospettiva spirituale e circostanza presente e lì, nei “don” dell’oratorio di Santa Lucia, ho conosciuto senza saperlo don Milani, il suo credo così intimamente cristiano e potentemente rivoluzionario. Don Milani poi l’ho incontrato e reincontrato coscientemente, anzi spesso l’ho frequentato nelle mie letture, nelle discussioni tra amici, nella messa in posa dei miei intenti e ancora oggi don Milani è per me un paradigma, cui vorrei saper avvicinarmi.
A don Milani è dedicato il volume Dalla parte dell’ultimo, Vita del prete don Milani, scritto da Neera Fallaci a soli sette anni dalla morte di don Milani, nel 1974, e riedito da ultimo per la BUR con la prefazione di Rosy Bindi. La lettura del libro è piacevolissima e scorrevole, sorretto come esso è da una lingua schietta e comunicativa, per quanto sorvegliata, precisa eppure mai pedante; quasi per naturale condivisione delle idee e del fare di don Milani, la giornalista autrice, Neera Fallaci, conduce il lettore sulle tracce lasciate da don Milani nel corso della sua breve vita e, avvalendosi di un ricchissimo apparato di foto e documenti scritti da lui e dai sui amici o oppositori, di lettere pubbliche e private da lui inviate e ricevute, restituisce non una semplice biografia, ma, come scrive Rosy Bindi nella prefazione dell’edizione ultima, “il racconto appassionato e partecipe di una vita che intreccia storia e memoria, vissuto privato e dimensione pubblica… il ritratto libero e coraggioso di un prete che per vent’anni aveva messo a soqquadro gli ambienti clericali e conservatori e quelli della sinistra comunista”. Un racconto-ritratto da cui l’eco delle idee e delle parole di don Milani giunge stranamente vicina, come straordinariamente moderna risulta la consistenza dei suoi atti; idee, parole, atti che interrogano le nostre coscienze su questioni tuttora urgenti, che si tratti di chiesa o di democrazia o di educazione, e che, come scrisse padre Ernesto Balducci, hanno il potere di far nascere in noi il piccolo amaro germe della vergogna, per la scelta scomoda, di rottura, estremamente coerente che li sostiene.
Combattendo contro il consumismo, l’idolatria del denaro, la bramosia di potere, la scienza asservita alla guerra, il narcisismo e il disimpegno, eterni attualissimi avversari della società umana, don Lorenzo si è infatti schierato corporalmente dalla parte degli ultimi, facendosi “fedele servitore del Vangelo dei poveri” e “viven- do fino in fondo la beatitudine evangelica dell’umiltà, spogliandosi delle sue ricchezze per stare con i più poveri, con chi non possiede nulla, nemmeno la parola”, come ha ricordato papa Francesco.
Bene emerge dalla ricostruzione della Fallaci che il Vangelo al centro della vita di don Lorenzo è stato in primo luogo impegno di libertà. “Quando uno liberamente regala la sua libertà, è più libero di uno che è costretto a tenersela”, rivendica in un biglietto alla madre a proposito della scelta di condurre l’esperienza di Barbiana, laddove egli educa i suoi ragazzi alla ricerca e allo studio, al desiderio di verità, non perché essi siano valutati, ma perché possano conoscere e diventare così uomini liberi e liberi cristiani; il motto I care, “Io mi prendo cura”, che don Lorenzo appende alla scuola di Barbiana, è il momento cruciale di un percorso in cui l’io liberamente si riconosce in un tu, dando luogo ad un nesso interumano da cui emanano il senso e la potenza della Redenzione.
Del resto don Lorenzo, che insegna ai suoi allievi ad amare la Costituzione e paradossalmente muore da imputato per apologia di reato per aver condiviso la battaglia degli obiettori di coscienza, nella Lettera ai giudici spiega che non basta educare i giovani al rispetto delle leggi, ma bisogna allenarli allo spirito critico; l’obbedienza, per lui, non è più una virtù, perché con lucida e dovuta protesta di libertà occorre domandarsi se una legge sia giusta o ingiusta e battersi per renderla sempre più giusta.
In Lettera a una professoressa la voce collettiva dei ragazzi afferma: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio: sortirne insieme è la politica, sortirne soli è l’avarizia”.
Mi sembra ora che me lo ricordi uno dei don del mio oratorio e mi scuota la spalla, burbero e sorridente ad un tempo: “Luciana, hai capito sì o sì?”.☺
