Il vero volto di dio
Il cuore della parte più importante della bibbia ebraica, la Torah, è l’epopea di liberazione del popolo di Israele dall’Egitto e il cammino verso la Terra promessa. Sebbene il contenuto prevalente consista nella legislazione sia etica che cultuale, ciò che maggiormente si ricorda è proprio il racconto della partenza dall’Egitto, “bastonato” da Dio attraverso dieci piaghe, che dovevano dimostrare chi era il vero duro tra chi si credeva dio e chi lo era veramente (triste spettacolo che tragicamente si vede in ogni epoca, compresa la nostra), culminanti nell’assurda morte di tutti i primogeniti egiziani, compresi gli animali, come ci tiene a sottolineare l’autore sacro. Come se non bastasse, l’intero esercito, faraone compreso, viene annegato nel Mar Rosso (o, più correttamente, Mare dei giunchi, all’incrocio tra l’Egitto e la penisola del Sinai): una catastrofe da cui l’Egitto non avrebbe dovuto più riprendersi; ma siccome al tempo in cui è collocato l’esodo regnavano faraoni del calibro di Ramsete II, ci troviamo di fronte ad una pia invenzione elaborata da un popolo che in realtà per molto tempo, fino all’arrivo degli assiri prima e dei babilonesi poi, è stato vassallo dell’Egitto, la più grande superpotenza in quell’area del mondo. Lo scopo del racconto, insomma, era una sorta di psicologica forma di ritorsione verso un ingombrante vicino, un po’ come potrebbe fare qualsiasi popolo attuale nei confronti di Stati e governanti tracotanti che se ne infischiano del diritto internazionale e fanno ciò che vogliono a chi non si piega al loro arbitrio.
La storia dell’esodo vuole dire semplicemente che c’è un Giudice in cielo, che prende la parte delle vittime e che distruggerà i potenti prevaricatori. Ma l’ intervento violento di Dio per difendere un popolo debole non si ferma qui, agendo anche come sostegno del popolo in battaglia: è il caso di Giosuè che combatte contro Amalek mentre Mosè prega Dio sul monte con le mani alzate (Es 17); quando Mosè tiene alte le mani Giosuè vince, appena le abbassa Giosuè perde. La morale è sempre questa: solo chi confida in Dio può vincere in guerra. Giosuè terrà a mente la lezione e, quando toccherà a lui guidare Israele, non dimenticherà di obbedire a Dio che gli consegnerà senza colpo ferire Gerico, le cui mura cadranno solo con lo squillo di trombe, con un’appendice di inutile crudeltà: la condanna allo sterminio di tutti gli abitanti, animali compresi. Da lì inizierà una serie di battaglie con lo scopo di distruggere coloro che abitavano precedentemente la terra di Canaan, cioè la Terra che il Dio d’Israele aveva promesso al suo popolo eletto a spese di altri popoli: un metodo che tutt’ oggi è impiegato dagli zelanti adoratori di Yahweh a spese degli adoratori di Allah.
L’epopea di liberazione e conquista del popolo diventa anche oggetto di diversi componimenti poetici, tra cui il Grande Hallel (salmo 136) che ad ogni episodio che ricorda lo scempio compiuto nei confronti di altri popoli risponde: perché eterna è la tua misericordia (ma verso chi? Di certo non verso gli egiziani o i popoli che sono stati cacciati o sterminati per far posto agli adoratori di un Dio tutt’altro che misericordioso). Dobbiamo però ricordare ancora una volta che questi racconti e questi canti sono stati prodotti da un popolo che ha sempre subìto ciò che augurava a coloro che lo opprimevano: è un grido di aiuto a Dio da parte di chi non ha mezzi né forza per difendersi. Il guaio è che poi un libro scritto dalle vittime di violenza come grido di protesta è diventato un testo usato da chi assumerà un potere enorme, come gli imperatori romani cristiani che vedranno nelle guerre di Giosuè un modello per fare strage di chi non voleva sottomettersi o aveva altre idee religiose; e ancora oggi viene usato come manuale di istruzione da parte di uno Stato che fa la vittima pur possedendo un esercito ben equipaggiato e preparato e persino ordigni nucleari.
In realtà la stessa bibbia (soprattutto nella versione più lunga, accolta dal mondo cattolico) contiene una diversa prospettiva riguardo agli eventi dell’esodo, un punto di vista che preannuncia l’etica rivoluzionaria del più grande ebreo della storia, Gesù Cristo e del suo discepolo meno nazionalista, Paolo di Tarso. È ciò che troviamo nell’ultimo libro sacro prodotto dagli ebrei ma da essi non accolto nel canone biblico perché non scritto in ebraico: il Libro della Sapienza. In esso si ripercorre in forma poetica la vicenda dell’ esodo e della conquista. La chiave per capire il vero pensiero dell’anonimo autore, che si finge Salomone, sta in una riflessione sulla misericordia di Dio che rappresenta il vertice di tutta la teologia dell’ebraismo biblico: “Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi si opporrà alla potenza del tuo braccio? Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu, infatti, ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap 11,21-26).
Questo libro dimostra che non è un destino ineluttabile essere affascinati dalla violenza di cui è intrisa anche la bibbia, ma si può, alla luce del migliore pensiero illuminato dalla fede, scorgere il vero volto di Dio, troppo spesso nascosto dall’idea che ce ne facciamo, come se fosse il prolungamento del nostro istinto omicida.☺
