Verso la piena verità
6 Giugno 2026
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Verso la piena verità

L’Antico Testamento, come si può facilmente constatare, è pieno di violenza sia nelle parole che nei racconti, con un Dio che ordina lo sterminio totale di intere città o popoli da parte di Israele (un assist servito su un piatto d’argento ai fondamentalisti israeliani di oggi ben rappresentati dall’attuale leadership). Quei primi cristiani, soprattutto provenienti dal paganesimo e appartenenti alle parti più oppresse della scala sociale, che vedevano nel cristianesimo un messaggio di speranza e di dignità per gli ultimi, man mano che scoprivano il linguaggio violento delle scritture ebraiche ne restavano scandalizzati; ed è per questo che Marcione ebbe successo quando affermava che il Dio di Gesù, pieno di amore e misericordia, non aveva niente a che fare col dio degli ebrei, un fanatico della vendetta, che spingeva i suoi seguaci sempre alla violenza e alla lotta armata (basti leggere le opere storiche dell’ebreo Giuseppe Flavio per assistere a una carrellata di azioni violente compiute nel nome di Yahweh, di fronte alle quali persino i bellicosi romani restavano sopresi). Altri pensatori cristiani, saggiamente, hanno sostenuto la continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento, hanno smussato la violenza dei racconti interpretandoli allegoricamente e hanno parlato di pedagogia divina: dopo il peccato originale l’uomo è diventato sempre più violento e ha pensato il rapporto con Dio in termini di violenza (i sacrifici); Dio, rispettando la libertà umana, ha educato un po’ alla volta l’umanità, cominciando dal popolo ebraico, per poi arrivare all’ universalizzazione del messaggio attraverso Gesù Cristo e i suoi apostoli che, delle Scritture ebraiche, hanno scelto quei passi che parlavano di amore e perdono.
Nel Nuovo Testamento è quindi tutto positivo, tutto un parlare d’amore, oppure ci sono anche venature di violenza nel linguaggio o nei gesti? Gesù stesso, come abbiamo visto, sembra aver ceduto almeno una volta alla violenza, quando ha cacciato i mercanti dal tempio ma, per il resto, tranne i rimproveri rivolti agli uomini di potere, ha sempre improntato la sua vita all’accoglienza, al perdono, al servizio. E i suoi discepoli, invece? I vangeli ci dicono che a volte hanno imboccato la via della violenza, o almeno l’hanno invocata: Pietro mozza l’orecchio ad un servo del sommo sacerdote quando Gesù viene arrestato; i due figli di Zebedeo (che insieme a Pietro sono i primi chiamati e sono quelli più vicini a Gesù) invocano i fulmini dal cielo contro chi non accoglie il messaggio di Gesù (Lc 9,54). In entrambi i casi però Gesù li rimprovera facendo capire che non può essere questo lo stile dei discepoli e, durante l’ultima cena, dice loro che non devono comportarsi come i capi delle nazioni che opprimono i loro sudditi (Lc 22,25).
Anche durante i primi anni della comunità cristiana emergono gesti e parole che sembrano incitare alla violenza: negli Atti degli Apostoli, ad esempio, due coniugi, Anania e Saffira, che fingono di dare i loro averi alla comunità ma conservano alcuni beni per loro, muoiono improvvisamente davanti a Pietro che smaschera l’inganno (At 5,1-11). Paolo fa notare alla comunità di Corinto, che celebra l’eucaristia mantenendo le divisioni sociali, che le morti e le malattie che stanno avvenendo tra loro sono una conseguenza della loro incoerenza (1 Cor 11,30). Inoltre chiede alla comunità di Corinto di cacciare un loro membro che non rispecchia i parametri morali della comunità stessa (1 Cor 5,5). Arriva addirittura ad augurare di essere evirati a quelli che predicano l’obbligo della circoncisione (Gal 5,12) e riconosce che lo Stato fa bene a condannare a morte chi crea disordine nella società: “Se fai il male devi temere perché non invano essa (l’autorità) porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male” (Rm 13,4); sono testi come questo che hanno fatto avallare la possibilità della pena di morte da parte della chiesa cattolica fino a non molto tempo fa (basti leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato nel 1992 da Giovanni Paolo II). Lo stesso Paolo sembra avallare anche l’istituto della schiavitù (1 Cor 7,21). Eppure, grazie al messaggio globale del Nuovo Testamento, anche queste venature di violenza sono state ammorbidite e, col tempo, neutralizzate perché anche in questo caso si può parlare di pedagogia divina: gli autori del Nuovo Testamento sono figli del loro tempo, condividono alcuni pregiudizi dei loro contemporanei (pensiamo anche alle affermazioni riguardo alla subordinazione della donna rispetto all’uomo) e il tempo ha mostrato che di pregiudizi si trattava: basti pensare all’abolizione della schiavitù già durante l’epoca antica (anche se poi è ritornata in diverse epoche, fondandosi su frasi bibliche che condannavano interi popoli alla sottomissione di altri).
La rivoluzione del Nuovo Testamento sta però nel fatto che, nonostante quei cristiani avessero molti pregiudizi condivisi con i loro contemporanei, hanno detto cose rivoluzionarie (e questo vale anche per l’Antico Testamento), che col tempo hanno cambiato la storia perché ci si è resi conto che ciò che non corrisponde al cuore dell’ annuncio cristiano (l’amore gratuito e incondizionato di Dio) è frutto del limite dell’essere figli del proprio tempo, compreso Gesù, che annunciava una fine del mondo fatta di catastrofi e terrore. Interpretare in modo letterale i passi della bibbia che avallano la violenza significa dimenticare che noi siamo in cammino per arrivare alla pienezza della verità e, quindi, gettare al mare quel cammino fatto da chi ci ha preceduto per separare la pula del linguaggio e del pensiero violento dal grano dell’amore di quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio per noi. ☺

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