sporcarsi le mani   di Michele Tartaglia
28 Dicembre 2012 Share

sporcarsi le mani di Michele Tartaglia

 

Per chi, come me, vive nella società con la pretesa di presentare il Dio di Gesù Cristo al mondo di oggi, si ha la sensazione che il mondo ormai ci percepisca come lobbisti, per cui cattolico è sinonimo di appartenente a un gruppo di pressione per perseguire i propri interessi. Se questo aspetto è vero, in (gran) parte, per la gerarchia, per una parte (forse piccola) del basso clero ciò che spinge ad entrare nei dibattiti attuali è piuttosto l’ascolto della Parola di Dio, libri scritti da persone che hanno deciso di non tacere anche quando conveniva farsi i fatti propri; ed è per questo che sono stati perseguitati, diffamati, uccisi, proprio da quelle consorterie politico-religiose che avevano Dio sulle labbra ma oltraggiavano la sua immagine nei poveri cristi in carne ed ossa.

Il principe di questi fastidiosi attaccabrighe è sicuramente Gesù Cristo, che non è morto di vecchiaia nel suo letto, bensì nel fiore degli anni su una croce; di conseguenza, ogni cristiano che voglia essere tale, non può tacere mai di fronte alle ingiustizie, anche quando il parlare può causare sofferenza, incomprensione o, peggio, gratuita diffamazione da parte di chi si sente colpito nel proprio bieco tornaconto. L’esempio più chiaro di seguace dello stile di Gesù, che ci viene dalla bibbia, è quello dell’apostolo Paolo che ha scritto le sue lettere per difendersi addirittura da chi, pur essendo battezzato, non tollerava la libertà interiore di Paolo e lo diffamava presso le sue stesse comunità. Nei confronti di costoro l’Apostolo usa dei toni forti, ma allo stesso tempo esprime ciò che lo muove: non la ricerca del consenso umano, non l’appiattimento sui gusti di coloro che usavano l’intimidazione per imporre le loro idee, bensì la fede incrollabile in Cristo morto sulla croce e in quel Dio a cui dovremo rendere (tutti) conto: “Non ci perdiamo d’animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio…Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù… Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,1-10).

La forza dei cristiani come Paolo non stava nell’audience ma nella coerenza con la fede in Gesù Cristo, anche quando costava in termini di fama, sapendo che proprio Gesù, per amore nostro, ha perso la faccia e la vita diventando maledetto secondo la Legge per donarci la salvezza, cioè la libertà: “L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5,14-15). Il criterio di chi annuncia il vangelo non può essere quindi la convenienza umana, ma la fedeltà di coscienza a quel Dio che ci ha donato la libertà di poterci sentire non schiavi dei padroni di questo mondo ma figli di quel Dio che ascolta il pianto degli oppressi ed è sceso per liberarli: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1). L’identità dell’evangelizzatore e quindi del cristiano (e a maggior ragione del prete) è data quindi dalla chiamata a seguire Cristo fino in fondo, cioè fino alla croce, e di annunciare nient’altro che le sue parole non certo tenere verso chi commetteva ingiustizie, perché Gesù sapeva guardarsi intorno, arrivare alle cause del male che vedeva e si impegnava in prima persona per sollevare chi subiva il male ingiustamente e per denunciare chi lo commetteva.

Chiudo con altre parole (tra le tante) di Paolo che indicano a noi credenti di oggi la strada per uscire dalla posizione ambigua del lobbismo clericale e tornare alla limpidezza del vangelo, che non è data dal non sporcarsi le mani, bensì dal portare la luce della fedeltà alla Parola di Dio nelle tenebre del perbenismo umano: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Cor 4,1-5). ☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

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