I tre splendidi
I tre massimi dirigenti del Partito democratico, Facciolla, Ruta e Fanelli, dopo anni di screzi interni non sempre riconducibili a ragioni politiche, pare che abbiano, questa volta di comune accordo, ipotecato nelle loro persone sia le prossime elezioni politiche sia quelle regionali. La spartizione prevederebbe i primi due in Parlamento e la terza candidata alla presidenza della Regione.
Viene alla mente un primo, ovvio quesito. Quali splendidi risultati politici hanno raggiunto i nostri tre reggenti del PD in questi ultimi anni per richiedere a noi cittadini una ennesima conferma di rappresentanti nelle istituzioni politiche e amministrative, nazionali e locali? Nelle ultime elezioni politiche, nel 2022, il Partito democratico prese il 19%, cinque anni prima aveva preso il 15%; alle ultime regionali, nel 2023,ebbe il 12.04%, nell’aprile del 2018 aveva ottenuto il 9%.
L’ultima volta del PD al governo della Regione Molise, nella consigliatura 2013-2018, vide Frattura presidente, e Frattura era stato, sino a pochi mesi prima, un esponente di Forza Italia. Il padre disse di lui, eletto presidente, che era andato con il centro-sinistra perché la destra si era rifiutata di candidarlo. Per carità di patria è bene fermare ogni altro cenno sulle vicende politiche degli ultimi venti anni, anni nei quali i “nostri tre” hanno governato con ruoli diversi il Partito democratico in Molise.
Vi è poi un secondo interrogativo, certamente più importante. Perché una regione che oggi ha meno di trecentomila abitanti, con uno splendido territorio, i cui abitanti sono noti per la loro laboriosità e mitezza, è così malmessa? Al punto che nel corso del tempo la grande maggioranza dei suoi cittadini è stata costretta alla migrazione e gli indici sociali, finanziari ed economici sono fra i peggiori della nostra Italia.
La risposta, a me sembra, tanto semplice quanto disarmante. Nel Molise dei tempi lontani, ma è quel che si è ripetuto anche negli ultimi decenni, la politica è stata sequestrata da gruppi ristretti di politicanti privi di un progetto, senza alcuna visione del futuro, dunque con scarso interesse per il bene comune, intenti, invece, a curare e consentire gli interessi dei loro clienti. È troppo facile sostenere che tutto questo sia dovuto a un male oscuro scritto nel codice genetico dei molisani, e che la loro tradizionale mitezza sia mutata in una singolare vocazione alla subalternità e alla rassegnazione. Che può essere, forse, stato vero in tempi lontani – anche se la rivolta di De Gennaro e dei giacobini della rivoluzione napoletana direbbero altro – ma certo non è vero nella storia recente. Due richiami: nell’anno d’oro dei consensi ai Cinque stelle, alle elezioni politiche del 2018, il nostro Molise consegnò al partito ribelle di Grillo quasi il 43% dei voti, 16 punti oltre la media nazionale; alle elezioni regionali dello stesso anno i Cinque stelle si attestarono primo partito con oltre il 30%.
E si dovrebbe osservare, per coglierne la lezione, quel che invece accadde in occasione delle ultime regionali, nel 2023, quando i partiti del “campo largo”, Cinque stelle compresi, brigarono contro la candidatura di Domenico Iannacone alla presidenza della Regione: i non votanti furono oltre il 52%. Il segnale più chiaro della insofferenza e della disillusione verso la logica partitica non illuminata di qualche idea ragionevole.
Cos’altro debbono fare i molisani per gridare la loro indignazione contro questa pseudoclasse dirigente che da anni e anni sequestra la politica e usa il potere per fini privati? Qualcuno potrebbe obiettare che i partiti sono soggetti di diritto privato, che sono affari interni del PD e che sarebbe opportuno farsi i fatti propri. Ma le cose non stanno così, perché i partiti svolgono una funzione pubblica essenziale, perché so- no il principale collegamento fra i cittadini e le istituzioni dello Stato, perché secondo la Costituzione concorrono a determinare la politica nazionale del Paese. I partiti, i loro comportamenti, le scelte, la discussione e la loro vita interna rappresentano il termometro della nostra democrazia, del nostro vivere in società. Si usava dire una volta a un elettore di sinistra incerto: “Attenzione, con la tua astensione dai una mano alla destra”. E tanti, tantissimi alla fine cedevano alla suggestione di questo “ricatto” e andavano a votare. Ora la situazione è mutata in profondità, e non da oggi.
Già nel 1981 Enrico Berlinguer affermava in un’intervista a Eugenio Scalfari: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientele… gestiscono gli interessi più disparati… non sono più organizzatori di popolo […] i partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni”. Il segretario del PCI parlava dei partiti al governo, ma aveva ben chiaro che qualcosa di serio stava accadendo anche nel suo partito. Sono passati 45 anni da quell’intervista e la situazione è ancor più degenerata. Il consociativismo, ovvero l’ integrazione di pezzi di opposizione nelle pratiche di governo e sottogoverno in diverse realtà del nostro Paese, ha fatto molti passi avanti. I partiti si sono trasformati in microsocietà corporative.
Infine, un’esortazione ai dirigenti del PD di casa nostra, ai nostri tre reggenti: evitino di evocare le primarie. Non sarebbe un bagno di democrazia, ma ancora una mossa furba, la legittimazione di un accordo interna corporis da parte di una classe dirigente che vuole sopravvivere a sé stessa.
Facciano un passo di lato, facciano un regalo al Partito, dopo tanti anni lascino il campo a una nuova classe dirigente.☺
