Viva a zizì!
“Nen de ngaricà, ce sópenzàte ì!” Sembra suonare come la risposta di Alex Bertani, direttore di “Topolino”, al nostro invito a tradurre presto una storia anche in molisano (si veda la fonte n. 1 di gennaio 2026), dopo il grande successo riscosso dai fumetti in dialetto pubblicati in dodici diverse versioni locali. Lo scorso 15 luglio, sul n. 3686, è apparsa infatti nelle edicole della nostra regione una storia in campobassano (che è uscita anche in friulano, perugino e potentino nelle rispettive aree di competenza). Niente paura se l’avete persa: si può trovare nelle fumetterie e su panini.it, o farla ordinare dal proprio edicolante sul sito di primaedicola.it.
“Nen de ngaricà, ce só penzàte ì!” è in realtà la risposta di nonna Papera a zio Paperone, che, raggiunto nel suo deposito dai propri cari, uno dopo l’altro, improvvisamente “z’è addunàte” che rimarranno tutti a cena da lui. Per fortuna nonna Papera ha portato una “mappàte” piena di manicaretti e perfino “la pizza dóce”, sapendo che zio Paperone, “réndr’a a chélla crerènza”, ha solo “pàne sìcche e fasciuóle”. Del resto, invitato poco prima dalla segretaria Miss Paperett ad andare al cinema con lei, zio Paperone, in vista di “na jurnàta chjèna” l’indomani, aveva gentilmente declinato: “Ì me fàcce ’nu bèlle suónne… vište ca le suónne nen ze pàjene!” Solo alla fine della storia, “na jurnàta chjèna” (titolo dell’intero racconto) si rivelerà invece quella che si sta per concludere: “chjèna” per l’arrivo alla spicciolata dei vari nipoti Gastone, Paperoga, Paperino e Paperina, e dei pronipoti Qui, Quo, Qua, con scuse tutte diverse, ma con l’intento in realtà di festeggiare a sorpresa il compleanno di Paperone: “tànde augùrie, zizì!”
Per riassumere brevemente la trama di questo episodio ho scelto non solo qualche espressione tipica del nostro dialetto, ma anche dei termini che qua e là illustrino i criteri principali seguiti per l’adattamento in campobassano, che porta la firma di Antonietta Marra, docente di Linguistica generale e Sociolinguistica all’Università di Cagliari, ma molisana di origine, e vissuta a lungo fra Campobasso, Jelsi e Sepino. Per esempio, l’uso degli accenti acuto e grave per indicare il grado di apertura delle cosiddette vocali intermedie (a, e, o), oppure dei simboli j e š rispettivamente per il dittongo e la s palatale sorda. Per segnalare la e muta, frequente soprattutto come suono finale di una parola, la studiosa ha fatto semplicemente ricorso alla e senza accento.
A questa “Topoanteprima” linguistica si aggiunge, a chiudere la storia, una “Topointervista” a Riccardo Regis, il professore ordinario di Linguistica italiana dell’Università di Torino coordinatore dell’intero team di esperti di dialettologia che hanno tradotto i vari episodi. Si tratta di un utile approfondimento, che chiarisce come alcuni dialetti, specialmente dell’area centro-meridionale, presentino una maggiore vocazione alla comicità rispetto ad altri. Il pericolo è tuttavia quello di relegare le lingue locali alla sola funzione di suscitare il riso nel pubblico: una prospettiva che Regis considera sminuente, oltre che inesatta. Come dimostra il racconto in questione, la funzione del dialetto deve essere invece quella di raccontare una medesima storia in modo più divertente, o almeno più coinvolgente, non perché sia buffo di natura, ma perché offre un modo diverso di guardare la realtà e quindi di riportarla. E così, tra un modo di dire, una battuta e un’espressione o una parola intraducibili in italiano, finiamo per ricordarci chi siamo e da dove veniamo.☺
