Il mondo capovolto
14 Settembre 2019
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Il mondo capovolto

Non è il titolo di un quadro di Marc Chagall, ma la realtà in cui si sta ritrovando trascinata l’Italia, dopo che lo scorso 5 agosto il cosiddetto “decreto sicurezza bis” è stato approvato durante il beach tour del Ministro degli Interni, che non ha risparmiato nemmeno la nostra Termoli. In aperto contrasto con lo slogan “la disumanità non può diventare legge”, che ha recentemente animato la protesta di associazioni, sindacati e volontari, il decreto prevede una serie di strette repressive sul tema dei migranti. Si configura, così, un mondo capovolto rispetto ai principi umanitari di qualsiasi paese civile. Un mondo in cui il diritto di tutti gli esseri umani alla vita e a un’esistenza libera e dignitosa viene rimesso in discussione e sacrificato sulla base di una presunta emergenza sicurezza, ma in realtà per le esigenze di una perenne propaganda elettorale. La vera emergenza è, invece, di carattere culturale. È quella di costruire un argine contro la deriva pericolosa dell’indifferenza, dell’ intolleranza, dell’aggressività ignorante e, soprattutto, dell’incredibile quantità di consensi che queste continuano a collezionare.

Uno straordinario monito contro tutto ciò arriva dalla limpida e sconvolgente testimonianza di Pietro Bartolo, il medico che dal 1991 accoglie e cura i migranti a Lampedusa. Testimonianza raccolta, senza ombra di retorica, dalla giornalista Lidia Tilotta in Lacrime di sale (Milano, Oscar Mondadori, 2016). Alle drammatiche vicende dei migranti da lui soccorsi si intreccia nel libro la storia personale di Bartolo, con i durissimi sacrifici che dovette affrontare per diventare medico e poi con le lunghe battaglie per dotare l’isola di un poliambulatorio e di un centro per disabili.

Punto di partenza del racconto è l’incidente che Bartolo ebbe, nell’ incoscienza dei suoi sedici anni, precipitando in mare di notte, a quaranta miglia da Lampedusa, dall’umile peschereccio del padre. L’acqua gelida che lo trascinava giù, la morte vista in faccia, l’incapacità di muoversi e di parlare nei giorni seguenti, a causa dello shock, rimasero per sempre impressi nella sua mente. A seguire, l’episodio della tragica morte dello zio Chilinu su una piccola barca da pesca, nonostante i lampedusani si fossero mobilitati per cercarlo, in virtù di quella inviolabile legge del mare – più forte della legislazione italiana -, per cui “lasciare qualcuno, chiunque esso sia, in balia delle onde non è ammesso, non è nemmeno pensabile”. Non poteva immaginare Bartolo, allora, che l’intera sua vita sarebbe stata segnata da un mare che restituisce corpi e che il suo compito sarebbe stato di tirarli fuori da orribili sacchi verdi per procedere alle strazianti ispezioni cadaveriche e alle successive identificazioni. Oppure, nella migliore delle ipotesi, che proprio a lui sarebbe toccato salvarli sul molo Favaloro, terrorizzati, disidratati, affamati e ustionati dal carburante che durante il tragitto fuoriesce dalle taniche, inzuppa i vestiti e corrode tutta la pelle, provocando piaghe profondissime.

A rendere tangibile per la prima volta la portata di quella che papa Francesco ha definito “la più grande tragedia dalla fine della Seconda guerra mondiale” è stata, secondo Bartolo, la strage del 3 ottobre 2013, con 368 morti accertati. All’alba il fuoco avvolse un barcone carico di circa 500 somali ed eritrei che, di fronte alla costa ormai vicinissima di Lampedusa, immaginavano già di toccare terra. All’immagine indimenticabile delle centinaia di bare allineate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa, si aggiunge, tra i ricordi di Bartolo, quella dei corpi di circa venti “disgraziati” con una catenina col crocifisso stretta fra i denti, o quella, dentro un altro sacco, di una donna col bambino appena partorito ancora attaccato a lei attraverso il cordone ombelicale: sarebbero stati messi nella cassa da morto insieme a un orsacchiotto di peluche. Ma il suo pensiero va anche ai sommozzatori che, trovandosi di fronte ai volti senza vita di tanti bambini e bambine rimasti incastrati nello scafo, avevano subìto, fra i soccorritori, i traumi maggiori, tanto da richiedere, in quei giorni, l’aiuto degli psicologi arrivati sull’isola per sostenere i 155 superstiti del naufragio.

“Possiamo commuoverci, persino piangere, ma è come se stessimo guardando un film” commenta Bartolo in un altro punto del libro. “Tutto è semplificato, banalizzato. Non esiste complessità nel nostro modo di affrontare «il» problema. […] E poi facciamo presto a dimenticare, a tornare alla nostra routine”. Ma se anche la coscienza non chiede, come dovrebbe, di fare qualcosa, non si può non condividere almeno questo (urgente) frammento di saggezza di Bartolo: “Quando ho visto le immagini dei respingimenti, delle migliaia di persone ricacciate indietro senza pietà, rispedite in quell’inferno da cui sono arrivate, ho pianto di rabbia. Come si può decidere del destino di migliaia di vite umane con una semplice firma su un foglio e subito dopo avere anche il coraggio di posare sorridenti davanti a fotografi e cameramen? Cosa siamo diventati? Come abbiamo fatto a perdere la memoria in questo modo?”☺

 

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